CHIESA E DIALOGO
Cortile dei Gentili: la “due giorni” di Parigi
“Spetta a voi far sì che, nel vostro Paese e in Europa, credenti e non credenti ritrovino la via del dialogo”. È la “consegna” che la sera del 25 marzo Benedetto XVI ha affidato tramite videomessaggio ai giovani presenti sulla piazza antistante la cattedrale parigina di Notre-Dame, a conclusione della due giorni che ha segnato l’avvio del “Cortile dei Gentili”, progetto di dialogo tra credenti e non credenti fortemente voluto dallo stesso Pontefice e promosso il 24 e 25 marzo a Parigi dal Pontificio Consiglio della cultura (cfr. precedente servizio su SIR Europa 21/2011). “Le religioni – ha spiegato il Papa – non possono aver paura di una laicità giusta, di una laicità aperta che permette a ciascuno di vivere ciò che crede, secondo la propria coscienza”. Di qui l’esortazione: “Sappiate cogliere l’opportunità che vi si presenta per trovare, nel profondo delle vostre coscienze, in una riflessione solida e ragionata, le vie di un dialogo precursore e profondo. Avete tanto da dirvi gli uni agli altri. Non chiudete la vostra coscienza di fronte alle sfide e ai problemi che avete davanti”.Con libertà e rigore. Ad ospitare le sessioni di lavoro è stata la “città dei lumi” in tre luoghi simbolo della cultura laica: la sede dell’Unesco, l’Université Sorbonne e l’Institut de France. La tavola rotonda conclusiva si è tenuta invece al Collège des Bernardins ed è stata seguita da un momento di festa sul sagrato della cattedrale di Notre-Dame, durante il quale il Papa ha rivolto ai giovani il suo videomessaggio tramite maxischermo. Richiamando il titolo della due giorni, “Lumières, religions, raison commune” (Illuminismo, religioni, ragione comune), il card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura, ha spiegato che questo dialogo tra credenti e non credenti “dev’essere condotto con libertà e rigore, senza esclusivismi radicali o sincretismi facili, accettando la sfida di inoltrarsi in terreni ignoti e anche di approdare a porti reciprocamente distanti. Nessuno, però, degli interlocutori uscirà indenne da un simile dialogo serio e fecondo”. Di qui l’avvertimento conclusivo: “Con semplicità e senza grandi pretese” questi dialoghi “potrebbero offrire il silenzio luminoso della riflessione e il calore della speranza”. Nel corso della tavola rotonda al Collège des Bernardins, il presidente del dicastero vaticano ha affidato a questo “prestigioso luogo di alta cultura, che ha ospitato un significativo intervento di Benedetto XVI, il futuro del Cortile dei gentili in Francia” e ha fatto sapere che nei prossimi mesi altre città ospiteranno analoghi incontri: tra queste Tirana, Stoccolma, Praga, Berlino, Québec.Anzitutto l’incontro. Secondo mons. Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l’Unesco, il dialogo deve partire dal riconoscimento della “possibilità e dell’utilità di parlare di Dio nel contesto pubblico” per “mostrare che la religione è radicata nella storia e nella cultura” e quindi “va anch’essa ascoltata”. Tra gli spazi “rappresentativi della società civile da privilegiare”, il presule ravvisa “le università, dove vengono forgiate le idee, e le sedi degli organismi intergovernativi”. Un dialogo che tuttavia assume a volte i toni di uno scontro. Ne è testimone Pavel Fischer, già ambasciatore della Repubblica Ceca in Francia, che ne ha sperimentato tutta la difficoltà al “tempo della cortina di ferro” quando, ha raccontato, la sua “vita di credente” si “è scontrata con l’ateismo militante”. Per Fischer, “se la religione è bandita, la cultura è il luogo in cui è possibile esprimere la speranza che la vita abbia un senso”. Sull’importanza di “incontrarsi”, che “è molto più che dialogare”, si è soffermato Jean Vanier, fondatore delle comunità de L’Arche. “L’essere pienamente umano non è chi è governato dalla paura dell’altro o del diverso, bensì chi si apre al diverso”; per questo “la nostra cultura non deve essere una fortezza chiusa, ma una fontana”. Tra credenti e non credenti, ha aggiunto, “il problema non è il dialogo bensì l’incontro. Bisogna incontrarsi non per discutere, ma per scoprire che l’altro è un essere umano in ricerca, forse ferito dalla storia della Chiesa o dalla sua storia personale”. Secondo Vanier ciò che conta “non è tanto raggiungere un consenso, quanto condividere gratuitamente ciò che stiamo vivendo, la nostra realtà, le nostre scoperte per camminare insieme nel rispetto reciproco e in un profondo desiderio di verità”.“L’al di là dell’uomo”. Per lo scrittore e filosofo Fabrice Hadjadj, il punto essenziale di questo dialogo è “l’al di là dell’uomo”; di qui l’interrogativo: “Come raggiungere questo al di là? Attraverso la cultura, la scienza o la religione?”. Francois Terre, membro dell’Académie des sciences morales et politiques, si è soffermato sul rapporto tra il diritto e i riferimenti culturali, come quello “tra il giurista credente e il carattere a volte sovversivo del Nuovo testamento”. In particolare, secondo Terre, il Discorso della montagna “conferisce alla visione del diritto una tonalità che turba i giuristi”. Forse il punto di equilibrio “può essere individuato nella mediazione tra l’esigenza della giustizia e la virtù della carità”.