IRLANDA

Per una società più giusta

Chiesa, cattolici e Stato: un intervento dell’arcivescovo di Dublino

“Un’Irlanda pluralistica non significa il ritiro della Chiesa dalla sfera pubblica, bensì una sua presenza in modo nuovo e più radicale”. Ne è convinto l’arcivescovo di Dublino e primate d’Irlanda, mons. Diarmuid Martin, intervenuto nei giorni scorsi su “Le relazioni tra Chiesa e Stato” al Mater Dei Institute of Education and Dcu Institute of Ethics.Riforma attraverso la santità. “Quando alcuni mesi fa sono stato invitato a tenere questa conferenza – esordisce il presule – non avrei potuto immaginare di dover parlare una settimana dopo l’insediamento del nuovo governo”. Dopo essersi soffermato sui grandi temi del Paese, tra cui la crisi economica e la “debolezza” nella gestione dei servizi pubblici, l’arcivescovo traccia una fotografia della Chiesa irlandese, in particolare alla luce delle difficoltà legate allo scandalo degli abusi sui minori, e spiega che il suo “rinnovamento” esige “un rinnovamento delle strutture”, ma che esso, “da solo, sarebbe sterile”. “Il rinnovamento nella Chiesa” può avvenire infatti “solo nella prospettiva della vita cristiana”. I suoi “grandi riformatori” non sono dunque “gli analisti strategici, ma i santi”, e “gli strumenti per la riforma” figurano “nel programma tradizionale per la Quaresima: preghiera, penitenza e opere di carità”. Secondo mons. Martin, “la riforma delle strutture di peccato può essere realizzata solo attraverso la santità”.Chiesa e Stato. Entrando nel tema della conferenza, l’arcivescovo osserva che pur essendo “in dialogo con il mondo”, la Chiesa “non può e non deve assumere su di sé la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile. Non può e non deve sostituire lo Stato. Eppure, allo stesso tempo non può e non deve nemmeno restare ai margini nella lotta per la giustizia; essa è chiamata a svolgere la propria parte attraverso argomenti razionali, e a risvegliare l’energia spirituale senza la quale la giustizia, che sempre richiede sacrificio, non può né affermarsi né prosperare”. “Una società giusta – è il monito del presule – deve essere il risultato della politica, non della Chiesa; tuttavia la promozione della giustizia attraverso l’impegno” di orientare “l’intelligenza e la volontà alla ricerca del bene comune è qualcosa che interessa profondamente la Chiesa”. “L’Irlanda – aggiunge mons. Martin – ha bisogno di una nuova generazione di uomini e donne che entrino in politica” con “una chiara visione della direzione da imprimere alla società nel lungo periodo”. Ciò richiede “una nuova cultura politica e credo che questo sia un ambito” in cui la Chiesa “può portare un contributo speciale”.Il contributo dei cristiani. Secondo l’arcivescovo di Dublino, il contributo dei cristiani al miglioramento della società “non si limita alla straordinaria gamma di servizi di cura che i credenti offrono, nonostante l’importanza di questa tradizione”; esso consiste piuttosto “nell’insistenza e nella difesa del riconoscimento della dignità di ogni persona umana”. Ma, avverte, “il cristiano impegnato in politica non può lasciare con il prete in sacrestia il proprio impegno per la verità sulla persona umana, e abbracciare un diverso insieme di valori quando va nella pubblica piazza. Il cristiano impegnato deve sempre avere la libertà interiore di schierarsi a favore di ciò che è culturalmente impopolare. Allo stesso tempo, se il credente fosse costretto a lasciare da parte le proprie convinzioni per essere ammesso ad entrare nella pubblica piazza, lo Stato non sarebbe impegnato a rafforzare la libertà”.Pluralismo educativo. “Quando parliamo di problemi e sfide per la Chiesa – prosegue mons. Martin – non significa che la Chiesa sia morta”. La Chiesa in Irlanda “potrebbe non essere numericamente forte come in passato, ma è ben lungi dall’essere sull’orlo del collasso”; non è “in via di estinzione e sta svolgendo un ruolo vitale nella società”. “Nonostante i suoi errori, nel corso degli anni essa non è mai stata assente, facendosi prossima soprattutto ai settori più bisognosi della società”. Soffermandosi sull’odierno contesto culturale, l’arcivescovo sottolinea “lo straordinario lavoro svolto dalle nostre Chiese cattoliche all’interno del sistema di istruzione” e assicura: “La Chiesa non ha diritto di reclamare per sé un ruolo che vada oltre il desiderio di quei genitori che gradiscono un’educazione cattolica per i propri figli. Mentre non è irragionevole supporre che il desiderio di istruzione specificamente cattolica sia minore rispetto al passato, questo non significa che l’educazione cattolica sia di per sé una cosa del passato”. Quanto al pluralismo di gestione del sistema scolastico, il presule accoglie “con grande favore l’annuncio del ministero della Pubblica istruzione di un National Forum on School Patronage”, ma precisa: “Il pluralismo educativo non è semplice da realizzare” e a garantirlo non è sufficiente “una maggiore possibilità di scelta”. Di qui l’importanza che lo Stato garantisca “il diritto di scelta dei genitori”.