UNIONE EUROPEA

I valori di un’impresa

Antonio Tajani, commissario all’industria e all’imprenditoria

“Se non si creano condizioni di pace e di sviluppo nei paesi del nord Africa, se non diamo una speranza a questi giovani, alimenteremo i rischi per tutta la regione mediterranea. Saranno minacciati altri popoli, si creeranno nuovi flussi migratori di massa e pericoli legati al terrorismo. Anche la libertà religiosa ne potrebbe risentire”. Antonio Tajani, commissario italiano all’industria e all’imprenditoria, segue di ora in ora, con tutto il collegio Barroso, gli eventi in Libia e nelle altre nazioni in fermento sulla sponda meridionale del Mediterraneo. Giornalista, eurodeputato dal 1994, è stato nominato vice presidente dell’Esecutivo con delega ai trasporti nel 2008, per passare, dal febbraio 2010, al nuovo portafoglio. Il suo impegno è rivolto ad alcuni temi prioritari, fra cui le piccole e medie imprese, l’innovazione, il lavoro. E per tutto questo, spiega a Gianni Borsa, inviato di SIR Europa a Bruxelles , è necessario tenere lo sguardo sugli scenari mondiali. Commissario Tajani, partiamo dalla cronaca. Il Mediterraneo meridionale è in ebollizione e il Consiglio europeo dell’11 marzo si è occupato proprio di questo. Quali azioni occorre intraprendere a suo avviso? “Anzitutto non dobbiamo lasciare soli i popoli di Libia, Egitto, Tunisia, attuando interventi a carattere immediato, come gli aiuti umanitari, l’allestimento di tendopoli e l’accoglienza dei profughi, il tutto mediante un’azione europea. Ma dobbiamo ugualmente mostrare una visione più complessiva, nella quale non si esclude un’eventuale opzione militare nel quadro di una decisione della Comunità internazionale. Soprattutto occorre sin da ora pensare al domani, appoggiando un nuovo corso indirizzato alla democrazia, allo sviluppo, ai diritti umani. Per questo è fondamentale allacciare relazioni con partner locali affidabili. È altresì necessario definire un ‘piano Marshall’, inteso ad accompagnare il nuovo corso. Serviranno aiuti per la ricostruzione economica e sociale e l’Europa, che sta cercando di diventare un attore globale, dovrà essere in prima fila”. Il suo portafoglio riguarda specificamente l’industria. L’attività delle imprese si inserisce nel più ampio contesto dell’economia mondiale che, in questi ultimi tre anni, è stata segnata da una crisi profonda. A che punto siamo? “La crisi è stata davvero pesante, ma possiamo dire che sul piano finanziario e macroeconomico siamo ormai ai minuti di recupero. Cioè intravvediamo il superamento della recessione, benché ora ci troviamo ad affrontare gli aspetti occupazionali e sociali della crisi stessa, con ricadute sui redditi e sui consumi. Per tale ragione non possiamo abbassare la guardia, anche in relazione a nuove possibili ‘sorprese’ legate alla instabilità dell’area mediterranea. Pensiamo solo ai costi energetici… È il momento di rilanciare gli investimenti, di sostenere le produzioni e gli scambi”. Dunque l'”economia reale”. “Esatto. Da qui la scelta, che è politica oltre che economica, di affiancare le piccole e medie imprese, che costituiscono un pilastro del nostro sistema produttivo. E quando parliamo di Pmi, affrontiamo nodi essenziali come la competitività, il mercato unico, la presenza sui mercati mondiali, l’innovazione. La grande industria ha certamente un ruolo strategico in alcuni settori dell’economia europea. Ma le micro imprese, così come quelle di dimensioni piccole e medie, sono una miriade, attive nei più svariati campi, diversificate per prodotti e sbocchi commerciali. Tali imprese devono però essere moderne, devono saper innovare, e hanno bisogno di un quadro normativo favorevole e di una burocrazia snella. Devono fare formazione ed essere in grado di esplorare nuovi mercati. Il Centro che abbiamo aperto a Pechino si muove in questa direzione: non è il solito ufficio burocratico, ma costituisce semmai un punto di riferimento, una porta aperta verso l’immenso mercato cinese”. Fra le iniziative assunte dalla Commissione nel campo dell’industria potremmo ricordare l’Unione per l’innovazione, lo Small Business Act, la valorizzazione dei cluster e delle reti di impresa, la questione dell’accesso al credito. Sembrerebbe un’azione a tutto campo. È così? “Credo che la Commissione operi in questa direzione, perché la sfida è globale. Prendiamo l’esempio dell’accesso al credito, diventato un problema per le imprese specialmente in conseguenza della crisi finanziaria. Qui occorre una strategia complessiva, che metta in rete le stesse Pmi, le banche e il mondo della finanza. Lo stesso si può dire dei cluster: quando stringiamo un’alleanza che coinvolge le aziende, gli enti locali, l’università e il mondo della ricerca, non solo facciamo impresa, ma sviluppiamo conoscenze, promuoviamo risorse e servizi ed è quindi è possibile far crescere un territorio”. La crisi degli ultimi anni è pesata sulle imprese e, di conseguenza, sul lavoro. La politica industriale dell’Ue nel suo complesso tiene in considerazione questa realtà? “Direi che il lavoro è uno dei nostri grandi obiettivi di fondo. Se abbiamo imprese sane, moderne, competitive, queste possono creare occupazione e quindi fornire redditi alle famiglie, dare un futuro migliore ai giovani, favorire lo sviluppo territoriale. L’impresa non è costituita solo da capitale e macchinari, è anche lavoro, produzione di ricchezza diffusa, conoscenza applicata. E, a proposito dei giovani, vorrei aggiungere una nota”. Prego. “Sono convinto che dobbiamo aiutare i giovani a comprendere che essi stessi possono diventare imprenditori. Creando una propria attività, mettendosi in gioco, puntando sulla propria creatività e voglia di fare. Si può dar vita a una piccola azienda guadagnando e dando lavoro ad altri. Anche per questo abbiamo realizzato il programma Erasmus per i giovani imprenditori”. Parliamo di ricerca, altro elemento-chiave per lo sviluppo economico. Secondo l’Unione europea gli Stati membri dovrebbero investire il 3% del loro prodotto interno lordo in questo ambito, ma non è così. Ci si è dati forse un traguardo troppo ambizioso? “In politica, come nella vita, bisogna assegnarsi obiettivi ambiziosi, altrimenti non ci si muove nemmeno. La ricerca è oggi più che mai essenziale, in ogni campo. Vale per la tutela della salute, per la difesa dell’ambiente come per l’attività economica. I paesi Ue dovrebbero orientarsi decisamente verso di essa, anche perché i nostri competitori nel mondo, dagli Stati Uniti alla Cina, passando per l’India e il Giappone, scommettono proprio sulla ricerca per restare al passo coi tempi e conquistare nuovi mercati”. Il turismo fa parte delle sue competenze. Si tratta di un settore economico ma anche di una opportunità per avvicinare i popoli europei. È d’accordo? “Il settore turistico è un ramo importante nell’economia moderna e per alcuni paesi europei è una delle fonti primarie di reddito e di occupazione. La Commissione Barroso ha avviato una serie di iniziative in tal senso. Ma, come dice lei, attorno ai viaggi, ai soggiorni entro e fuori il proprio Paese, ruotano svago, cultura, valorizzazione del patrimonio artistico, reciproca conoscenza tra i popoli. Dirò di più: il turismo va visto come elemento per valorizzare le diversità e dunque per far crescere l’integrazione comunitaria. Chi viaggia all’estero può comprendere la storia del continente, rendersi conto dei valori che ci uniscono, utilizzare le altre lingue, gustare le bellezze di altre regioni e paesi. Uno dei grandi vettori dell’unità può essere, ad esempio, il turismo religioso e per questo stiamo contribuendo a valorizzare il patrimonio di arte e di fede presente in tutta Europa. Non a caso sosteniamo la riscoperta della Via Francigena oppure il Cammino di Santiago. Sono tutti elementi di unità”. Un’ultima domanda al commissario Tajani, che è anche un giornalista. Secondo lei i mass media informano adeguatamente i cittadini sulla politica comunitaria? “Penso che giornali e tv informino solo in parte i cittadini di quanto viene deciso e si realizza nelle sedi Ue. Troppo spesso ciò che accade a Bruxelles è visto come parte della politica estera, ma non è più così. Bruxelles non è Mosca, Washington o Addis Abeba. Ciò che si realizza a livello di Unione europea riguarda direttamente la vita dei cittadini dei 27 Stati aderenti, con ricadute concrete ed evidenti. I mass media dovrebbero dare più spazio ai temi europei, evitando di occuparsi dell’Ue solo quando ci sono polemiche di piccolo cabotaggio. Al contempo le istituzioni dell’Unione hanno il dovere di migliorare la propria comunicazione, con una informazione aperta, trasparente e proattiva”. SCHEDALa seconda fase dello Small Business ActNell’Europa comunitaria sono presenti 23 milioni di piccole e medie imprese (Pmi), le quali occupano il 67% della forza lavoro del settore privato con quasi 90 milioni di assunti. La Commissione ha recentemente avviato la seconda fase di applicazione dello Small Business Act (Sba), varato nel 2008, indirizzato proprio alle Pmi. “Lo Small Business Act definisce – secondo il commissario Tajani – le linee d’azione che l’Unione intende condurre a loro favore, perché possano svilupparsi e creare occupazione”. Tra il 2008 e il 2010 la Commissione e gli Stati membri “hanno messo in atto, nel quadro dello Sba, iniziative dirette a ridurre gli oneri amministrativi, a facilitare il finanziamento delle Pmi e a favorire il loro accesso a nuovi mercati”. Per Tajani “molto è stato fatto, ma ancora tanto resta da compiere” e lo Sba viene inserito nel più ampio contesto della risposta alla recessione e dell’attuazione della strategia Europa 2020 per la crescita e l’impiego. Per dare compimento allo Sba, che ha finora visto un’applicazione differente (e con esiti diversi) da un Paese all’altro, la Commissione indica alcune linee prioritarie. Anzitutto un “accesso più facile al credito”; quindi la “regolamentazione intelligente per consentire alle Pmi di concentrarsi sulle loro attività principali” (miglioramento della normativa europea, snellire le procedure amministrative, ridurre gli oneri per avviare un’impresa). Altre misure riguardano il recupero dei crediti verso la pubblica amministrazione e i crediti transfrontalieri.