EDITORIALE
Il retaggio cristiano è al cuore stesso dell’identità europea
“Se volete sapere perché gli europei appartengono ad un’unica comunità, visitate una delle grandi cattedrali medievali della Gran Bretagna”. Questa non è una frase dei capi religiosi cattolici che insistono sul retaggio cristiano dell’Europa, ma di Jonathan Jones, corrispondente per l’arte del Guardian, quotidiano inglese “liberale” secondo la tradizione europea classica, cioè non particolarmente amico del cattolicesimo.Jones evoca la “Cristianità”, l'”arte, l’architettura e la filosofia che hanno valicato i confini degli Stati nascenti” e che da allora è praticamente alla base di tutti i movimenti artistici e letterari. Anche oggi, nell’ euroscettica Gran Bretagna, l’Uk Art Fund è impegnato in una campagna per trattenere un dipinto di Breughel in Inghilterra. “Perché? Perché fa parte del nostro patrimonio. Perché siamo europei”.In modo evidentemente paradossale, Jones sostiene inoltre che il concetto stesso di nazionalismo è comune e distintivo dell’Europa. Infatti, un documento fondativo dell’Europa, il Trattato di Westfalia del 1648, rende gli Stati nazionali pressoché assoluti. Soltanto i governi degli Stati possiedono la “sovranità”; soltanto loro sono autorizzati a condurre gli affari internazionali; loro – e soltanto loro – possono dichiarare guerra come mezzo legittimo per la risoluzione delle divergenze; e così via. Questo retaggio modella ancora oggi la tendenza intergovernativa all’interno dell’Unione europea.Gli ultimi Papi hanno insistito su come il retaggio cristiano dell’Europa sia al cuore stesso dell’identità europea. I Papi non vogliono restaurare la “Cristianità” – che aveva un lato oscuro e terrificante di persecuzione al suo interno e di conquista verso l’esterno. Essi lodano il cristianesimo, non la Cristianità (anche se la Cristianità è un innegabile elemento del “retaggio cristiano”). Essi richiamano l’Europa non ad una sorta di restaurazione del passato ma ad un nuovo senso di umanità, a un umanesimo consapevole delle fonti trascendenti della sua dignità.Leggere, unitamente alla riflessione di Jonathan Jones, una potente critica dell’ethos europeo proveniente dall’esterno dell’Unione europea, dal romanziere turco e premio Nobel Orhan Pamuk, è quindi una cosa che ci deve far riflettere. L’Europa, sostiene Pamuk, “cerca di conservare le proprie grandi tradizioni culturali, approfittare delle ricchezze che agogna nel mondo non occidentale, e conservare i privilegi conquistati in tanti secoli di conflitto di classe, colonialismo e guerre intestine”. Chiaramente, lo zenit della cultura celebrata da Jones precede la costruzione degli imperi e il colonialismo, che hanno avuto inizio nel sedicesimo secolo. Tuttavia, difendere oggi quella cultura implica il duro rifiuto tramite “muri più alti, restrizioni più dure alle concessioni dei visti e navi a pattugliare i confini” degli immigrati bisognosi provenienti da terre che l’Europa ha sfruttato per arricchirsi. Per Pamuk, “le politiche anti-immigrazione e i pregiudizi stanno distruggendo i valori di base che hanno fatto dell’Europa quella che era”.Sembra di avere a che fare in questo caso con almeno due “retaggi” – quello della cultura (inclusa la religione) e quello della pratica politica. Nessuno dei due è puro. La questione è come poter imparare a praticare una politica radicata in un profondo senso delle piene dimensioni della vita umana, e come riuscire a dar forma ad una cultura così sicura da poter essere generosamente aperta al resto del mondo, e capace di responsabilità politica globale.