DIRITTI UMANI

Chi c’è dietro le sbarre?

Sono 600.000 i detenuti nelle carceri Ue

Sono circa 600mila i detenuti nell’Unione europea, il loro numero è in costante aumento, in quasi tutti gli Stati si registrano condizioni di sovraffollamento degli istituti di pena; inoltre le condizioni di detenzione “differiscono considerevolmente a seconda degli Stati membri”. Prende spunto da queste considerazioni l’iniziativa di una ventina di eurodeputati che ha presentato una Dichiarazione scritta intitolata “Violazione dei diritti fondamentali dei detenuti nell’Ue”.In arrivo un Libro verde. I primi cinque firmatari della Dichiarazione sono Françoise Castex, Jan Philipp Albrecht, Carlos Coelho, Stavros Lambrinidis, Diana Wallis, in rappresentanza dei principali gruppi politici presenti in Assemblea: nel corso della sessione plenaria di Strasburgo (14-17 febbraio) hanno esposto la loro iniziativa, mediante la quale invitano la Commissione – che dovrà presentare a breve un Libro verde sull’argomento – “a raccogliere informazioni sulle condizioni di detenzione in tutti gli Stati membri e sui casi di violazione dei diritti fondamentali dei detenuti, nel rispetto del principio di sussidiarietà”. Si richiedono quindi “norme minime comuni di detenzione applicabili in tutti gli Stati aderenti”, la creazione di “meccanismi nazionali efficaci e indipendenti di controllo delle prigioni e dei centri di detenzione”. Inoltre si “invita la Commissione a insistere affinché l’Agenzia Ue per i diritti fondamentali si attivi ai fini della prevenzione delle violazioni dei diritti fondamentali dei detenuti”. Per diventare posizione ufficiale dell’Assemblea, ed essere trasmessa all’Esecutivo Barroso, la Dichiarazione scritta deve raggiungere 369 firme di eurodeputati entro il 16 maggio 2011.Questione paneuropea. “I problemi nelle carceri sono numerosi. Il tasso dei suicidi è elevatissimo. E poi c’è un dato di fatto: le persone che, scontata la pena, escono di prigione e tornano a delinquere sono sempre di più”. Françoise Castex, eurodeputata francese, è una dei promotori della Dichiarazione scritta. “Il 5% dei carcerati in Europa sono cittadini Ue detenuti in uno Stato che non è il loro. Siamo sicuri che possano avere un trattamento adeguato e godano degli stessi diritti che avrebbero nel loro Paese?”. Diana Wallis, britannica, è vicepresidente dell’Eurocamera. Osserva: “Il mio Paese è quello che ha il maggior numero di detenuti. I problemi sono tanti, ma occorre garantire ai carcerati il rispetto dei loro diritti”. Stavros Lambrinidis, greco, anch’egli vice presidente, ricorda invece che “questo è un argomento paneuropeo, non solo nazionale, e dobbiamo affrontarlo a livello comunitario”. “In un’epoca in cui si insiste molto e giustamente sul rispetto dei diritti umani – aggiunge – noi dobbiamo occuparci del fatto che ciò avvenga anche all’interno delle prigioni” dei 27 Paesi dell’Unione.I dati, Paese per Paese. I dati forniti da Eurostat fanno riflettere. Al 1° settembre dello scorso anno risultavano dietro le sbarre oltre 83mila persone (comprese quelle in attesa di giudizio) in Inghilterra e Galles, più 7.800 in Scozia e 1.500 nel Nord Irlanda (i numeri sono rigorosamente differenziati). In Germania si contavano 73mila detenuti, come in Spagna; 64mila in Francia, 58mila in Italia. Situazione gravissima in Polonia, con 84mila cittadini in prigione. In altri casi le cifre, in relazione alla popolazione, non sono meno preoccupanti: Romania 26mila, Repubblica ceca 20mila, fino alle poche centinaia di Lussemburgo, Malta o Cipro. Ma tra i Paesi candidati, la Turchia si ritaglia un posto speciale, con oltre 100mila persone in carcere. “È chiaro che occorre sensibilizzare le opinioni pubbliche europee”, spiega Lambrinidis, “perché questa è una vera e propria emergenza sociale oltre che giudiziaria”. I deputati sottolineano più volte i diversi aspetti del fenomeno: sovraffollamento, suicidi, soprusi, presenza crescente di detenuti in attesa di giudizio, numero esorbitante di immigrati da Paesi terzi. E poi ci sono le donne, talvolta madri con bambini piccoli. Ma si parla anche di altri aspetti, fra i quali la possibilità di un percorso di redenzione e di inserimento sociale dopo il periodo in prigione.Un test di credibilità. “Questo è un test di credibilità per tutta l’Europa”, sottolinea il rappresentante portoghese Carlos Coelho. “In Europa ci siamo riempiti la bocca dei diritti umani nel mondo e di Guantanamo, ma la situazione in certi istituti europei è gravissima. E questo non è un problema da trattare nei confini nazionali: quando si parla di diritti umani non ci possono essere frontiere”. Jan Philipp Albrecht, europarlamentare tedesco, aggiunge: “Bisogna anche guardare oltre la situazione delle carceri è pensare a una armonizzazione minimale del diritto penale in tutta l’Unione”, sottolineando le questioni legate alla cooperazione transfrontaliera delle forze di polizia, la cattura e la carcerazione, i diritti degli imputati durante il processo, specie quando vengono giudicati all’estero.