EDITORIALE
L’Europa nel pensiero di Giovanni Paolo II
Quando, nel 1985, all’Angelus nel giorno della festa per i santi Cirillo e Metodio, Giovanni Paolo II per la prima volta accennò al “traguardo della piena comunione che permetterà alla Chiesa, nuovamente, di respirare con i suoi due polmoni, quello orientale e quello occidentale” mi trovavo “dall’altra parte” della cortina di ferro, in una Varsavia incupita dalla legge marziale del generale Jaruzelski. Ma ero a Roma, il 22 dicembre del 1989, quando papa Wojtyla, dopo la caduta del Muro di Berlino, facendo gli auguri natalizi alla Curia Romana affermò che: “appare con evidenza quanto i «blocchi» siano artificiosi ed innaturali”.Giovanni Paolo II nel 1989 parlò anche di “una casa comune degli Europei” costruita “nell’humus” fatto di “osmosi di valori, differenti eppure complementari”. Adesso quando esiste già un’Unione europea composta di 27 Paesi papa Wojtyla sarà riconosciuto beato. Sembra tutto a posto. Ma che Europa è quella che oggi si prepara a rendere omaggio a un papa che parlava di valori, mentre questa stessa Europa sembra temere persino la parola “cristianesimo”? Potrebbe sembrare una beffa amara. Sono bastati alcuni anni di sviluppo tecnologico e relativo benessere per dimenticare l’importanza dei valori diversi dal profitto espresso in moneta sonante. Giovanni Paolo II parlava di “un’Europa pacifica ed irradiatrice di civiltà”, ma sembra che il nostro continente stia per abbandonare il cristianesimo – nonostante i moniti del pontefice – “come un compagno di viaggio diventato estraneo”, così come sembra aver dimenticato “il retaggio intellettuale e spirituale che ha plasmato l’identità europea nel corso dei secoli”. Quando ancora la Polonia non faceva parte dell’Ue e quando si doveva trovare, attingendo proprio a quel patrimonio “intellettuale e spirituale” europeo, il coraggio per chiedere con forza la libertà, la stessa parola aveva un valore inestimabile. Oggi pare che sia “politically correct” chiudere gli occhi davanti alla persecuzione dei cristiani nel mondo. È lo stesso identico tentativo di quel non vedere che hanno conosciuto gli uomini e le donne divisi dal mondo libero dalla cortina di ferro e mandati nei gulag stalinisti. È la stessa “cecità” che a molti ha impedito di vedere i milioni di ebrei mandati nelle camere a gas. Gli europei sembrano oggi degli avatar di loro stessi. In un mondo virtuale combattono un nemico inesistente allontanandosi sempre di più dalla realtà. A Santiago de Compostela, il 9 novembre del 1982, Giovanni Paolo II aveva gridato: “Io, vescovo di Roma e pastore della Chiesa universale, da Santiago, grido con amore a te, antica Europa: ‘Ritrova te stessa. Sii te stessa. Riscopri le tue origini. Ravviva le tue radici. Torna a vivere dei valori autentici che hanno reso gloriosa la tua storia e benefica la tua presenza negli altri continenti. Ricostruisci la tua unità spirituale, in un clima di pieno rispetto verso le altre religioni e le genuine libertà. Rendi a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio. Non inorgoglirti delle tue conquiste fino a dimenticare le loro possibili conseguenze negative; non deprimerti per la perdita quantitativa della tua grandezza nel mondo o per le crisi sociali e culturali che ti percorrono. Tu puoi essere ancora faro di civiltà e stimolo di progresso per il mondo. Gli altri continenti guardano a te e da te si attendono la risposta che san Giacomo diede a Cristo: Lo posso'”. Abbiamo motivi per credere che come nel 1978 il papa polacco appena eletto trovò parole giuste così oggi la proclamazione della sua santità possa far ritrovare la saggezza perduta? Una risposta viene dalle parole del card. Camillo Ruini pronunciate all’Università Lumsa di Roma, il 18 maggio 2010. Per questo Pontefice, “innamorato della sua patria polacca – aveva detto il cardinale – la nazione non era un concetto esclusivo e contrappositivo, ma un’unità vivente e aperta che realizza pienamente se stessa soltanto all’interno della grande famiglia di nazioni”. Il card. Ruini aveva aggiunto che in giorni nei quali la fragile unità europea era messa alla prova “posso dare testimonianza del convincimento, radicato nell’esperienza di fede e di cultura di Giovanni Paolo II, che l’Europa ha una sua unità profonda, storica e spirituale: un’unità che è più forte dei mille contrasti che segnano la sua storia e che fa tutt’uno con la sua missione”. La speranza ancora c’è.