EDITORIALE
Fallimento sul bilancio per il 2011
I problemi politici relativi al bilancio Ue per il 2011, opportunamente segnalati nell’articolo, sono stati in parte risolti dopo la stesura del presente testo, mediante l’accordo sul budget raggiunto fra Parlamento europeo e Consiglio Ue. L’impasse sul bilancio 2011, in seguito al fallimento delle trattative del 15 novembre, solo sei settimane prima della scadenza, è allarmante e impone un commento. La gravità della situazione è percettibile nella reazione insolitamente vigorosa di José Manuel Barroso: “Alcuni Stati membri non sono stati pronti a trattare in uno spirito europeo. Mi dispiace. Coloro che pensano di avere riportato una vittoria su ‘Bruxelles’ si sono dati la zappa sui piedi. Sanno comunque di avere dato un colpo agli europei e ai Paesi in via di sviluppo”. Sono tre i punti controversi, tutti collegati tra loro: l’aumento del budget nel 2011; la proposta che l’Ue produca il proprio reddito tramite strumenti fiscali a livello europeo (“risorse proprie”) invece di fare prevalentemente affidamento sul contributo degli Stati membri; il ruolo del Parlamento nella futura determinazione del budget attraverso la sua partecipazione alle discussioni – già avviate – sul quadro finanziario pluriennale per il periodo 2014-2020.Primo punto: l’aumento del budget, inizialmente previsto al 5,9%. Una provocazione in un momento in cui diversi bilanci nazionali devono fare tagli dolorosi, pressoché intollerabili, ma giustificati dalle nuove funzioni affidate all’Ue: il Servizio di azione esterna e le commissioni di supervisione incaricate di migliorare la governance economica. Tali commissioni sono ritenute necessarie proprio a causa della crisi economica e del recente bisogno di venire in ‘soccorso’ degli Stati membri (è già oneroso e talvolta scoraggiante evitare una crisi, come è stato dimostrato dai recenti dibattiti sul cambiamento climatico). Il commissario per il Bilancio, Janusz Lewandowski, ha riconosciuto il ‘dilemma’ esistente tra l’affrontare le responsabilità crescenti dell’Unione europea e l’evidente necessità di controllarne rigorosamente le spese.Secondo punto: è anche per risolvere questo dilemma che il bilancio proponeva una modifica parziale del finanziamento dell’Ue, sostituendo i contributi nazionali con un meccanismo che permetta all’Unione europea di prelevare direttamente i fondi – per esempio tramite imposte sui trasporti aerei o sulle transazioni finanziarie. Ma alcuni Stati membri resistono fermamente alla possibilità affidata all’Unione europea di imporre direttamente delle imposte. Terzo punto: la responsabilità di bilancio del Parlamento. La questione che fa irritare. Il Trattato di Lisbona prevede che il Parlamento debba dare la propria “approvazione” a qualsiasi decisione del Consiglio relativamente al quadro finanziario. Il Parlamento ha accettato di ridurre l’aumento dal 5,9 al 2,9% (rispondendo così al punto controverso di cui sopra), ponendo tuttavia alcune ‘condizioni’, cioè di essere attivamente coinvolto nella preparazione del prossimo quadro finanziario, non soltanto nell’approvazione a posteriori dello stesso. Questa ambizione, e probabilmente il termine “condizioni”, devono essere sembrati esagerati ad alcuni Stati membri, che sospettano il Parlamento di favorire sempre le opzioni più dispendiose. All’indomani del fallimento, Herman Van Rompuy, da Bruxelles, indicava che una delle conseguenze della crisi economica e finanziaria era che ormai gli interessi “nazionali” coincidono con quelli dell’Unione. A giudicare dalle attuali difficoltà, si direbbe piuttosto che tali interessi si limiteranno sempre ad una parziale sovrapposizione.