EDITORIALE

Una cura robusta

Il fondo Ue salva Stati

“L’Europa non può più rimandare il consolidamento delle finanze pubbliche, la riforma del settore finanziario, l’introduzione rapida di riforme strutturali urgenti e di misure a sostegno della crescita. Il coordinamento delle politiche diventa un prerequisito irrinunciabile per poter rispondere alle sfide economiche… dobbiamo aumentare la governance economica all’interno della zona Euro e su scala europea”.Come si fa a non prendere per buona la recente dichiarazione “senza tempo” del Presidente della Commissione José Manuel Barroso? Parole sacrosante, ma anche assolutamente ovvie, le stesse da decenni; e dunque sintomatiche di una situazione che vede il consulto medico targato Unione europea consapevole della malattia, da un lato, ma impreparato e nella migliore delle ipotesi diviso sulla terapia, dall’altro.Non si può affermare con certezza se ad aver fallito sia il modello di sviluppo economico (possibile) oppure la gestione politica dello stesso (probabile). Quel che nessuno osa mettere più in discussione è che il punto di non ritorno dei conti pubblici comunitari nel loro complesso può esser considerato raggiunto. Con margini di sostenibilità e sopravvivenza che variano da Paese a Paese, indipendentemente dalla sua appartenenza o meno all’Eurozona: nulli o quasi per Grecia, Irlanda, Portogallo, Est Europa; in esaurimento anche per chi – come Regno Unito, Germania, Italia, Francia – per tappare le voragini causate dall’indebitamento, dagli sprechi della pubblica amministrazione e dalle speculazioni ha sempre potuto contare sulla forza reale e/o statistica della produzione industriale e dell’export.Se sarà rispettato (le reticenze maggiori provengono dalla Germania, la quale non ha intenzione alcuna di perdere la sua indipendenza creditizia) il principio base dell’integrazione europea per il quale in una Comunità chi si trova in difficoltà va aiutato, i Capi di Stato e di Governo si apprestano ad attivare il cosiddetto “Fondo salva Stati”. Con Banca Centrale Europea e bilancio comunitario in prima fila. E con la creazione di nuovi strumenti da mettere a disposizione dei mercati finanziari, come ad esempio gli Eurobuoni del tesoro, accompagnati da una riduzione degli interessi sul nuovo debito. Dopo i mix anticrisi a quattro mani Fondo Monetario Internazionale/Unione Europea che mettono in ginocchio le capacità di sviluppo di Ungheria, Grecia ed Irlanda, forse l’Ue ha capito che – malgrado la globalizzazione e le sirene della nuova Cina disposta ormai ad accollarsi i debiti di mezzo mondo – la patologia va curata in casa. Anche perché, ferme restando le incapacità e le colpe della politica e della finanza, del dissesto sono corresponsabili i mancati controlli e le chiusure d’occhio di cui Bruxelles e Francoforte han dato purtroppo ampia prova fin dagli anni Ottanta.Le crisi finanziarie, nazionali e/o mondiali, costituiscono un appuntamento inevitabile con la storia: le dichiarazioni di bancarotta di molte nazioni europee alla fine del XIX secolo; il crollo di Wall Street nel 1929; la fame del secondo dopoguerra; la crisi petrolifera del 1972. E di “salvataggi economici” se ne contano di conseguenza a decine. Ma eccoci di nuovo al punto di partenza. Quella di inizio del III Millennio va annoverata tra le grandi crisi: come allora, il tenore di vita si abbassa, le prospettive di crescita sono deboli, il lavoro si perde e non si ritrova, i pagamenti non arrivano, la cinghia si stringe, la soglia di povertà si abbassa drammaticamente per ormai una famiglia su sei anche in Europa.Il pessimismo è d’obbligo, se l’approccio alla patologia del sistema non cambia. Questa o quella misura non significano nulla se non si decide di combattere le vere storpiature: gli sprechi pubblici, certo, ma anche l’eccessivo indebitamento al consumo favorito dallo snaturamento del ruolo delle banche, l’evasione del fisco mai realmente combattuta (il recupero dei capitali evasi, l’emersione del lavoro nero e una politica fiscale equa ed accorta basterebbero da soli a mettere in attivo tutti i bilanci), l’abbandono sostanziale del welfare e della scuola a favore del mito della competitività, la res publica in mani sbagliate. L’ottimismo è altrettanto d’obbligo, se si considera che la malattia la si conosce benissimo: basta curarla come si deve e come si sa.