ALBANIA
A venti anni dalla fine di una rigidissima dittatura comunista
Ottenuta a dicembre la liberalizzazione dei visti per i suoi cittadini ora l’Albania è chiamata a fare ulteriori progressi sulle questioni che ancora la separano dall’avvio dei negoziati di adesione all’Ue. Sull’agenda del Governo di Sali Berisha i 12 nodi problematici vanno dai diritti delle minoranze, ai rapporti con i vicini balcanici, al regolare svolgimento della vita politica interna ed estera, con particolare riferimento all’iniziativa da parte albanese per normalizzare i rapporti tra Kosovo e Serbia. L’obiettivo è arrivare ad ottobre a un rapporto positivo della Commissione Ue sullo status di Paese candidato che finora agli albanesi è stato negato. Del cammino verso l’Ue del Paese balcanico SIR Europa ne ha parlato con il presidente della Conferenza episcopale albanese, mons. Rock Mirdita, arcivescovo di Tirana-Durazzo.Eccellenza, l’Europa ora è più vicina o più lontana?“L’Albania geograficamente e culturalmente un Paese europeo. Non è stato fortunato, per quasi 50 anni è stato sotto una rigidissima dittatura che l’ha tenuta fuori anche dal consesso dei Paesi comunisti. Dopo la caduta del comunismo (dicembre 1990) non è stato facile gestire la transizione da un Paese isolato ad una democrazia stabile. Speriamo di essere sulla buona strada. Una prova è il fatto che l’Albania è ora un membro della Nato e ciò vuol dire molto, che le istituzioni euro-atlantiche hanno fiducia nell’Albania. Un’altra prova è stata la recente liberalizzazione dei visti, un vero e proprio regalo, un’opportunità per riunire famiglie che si erano sparse in diversi Paesi europei. Sono lontane le scene, le immagini di albanesi sui gommoni in fuga dall’Albania. L’esodo si è fermato ed il Paese va verso la stabilizzazione. Oggi gli albanesi si muovono in aereo, in traghetto, segno di un Paese più stabile anche economicamente. Psicologicamente il popolo albanese non vive più in un ambiente chiuso, i suoi cittadini non sono più discriminati. Sanno che quando vogliono possono andare, partire. Si sentono cittadini europei. La democrazia è un dono importante”.Quanto pesa il passato comunista nel cammino verso l’Ue?“I costi della devastante eredità comunista sono stati altissimi durante questi venti anni di cammino verso l’Europa. Basti pensare che gli albanesi hanno dovuto imparare la democrazia che, negli anni immediatamente dopo la caduta del regime era diventata sinonimo del caos. Il caos nel Paese ha raggiunto l’apice nella drastica crisi istituzionale e nella confusione popolare del 1997. Il vuoto spirituale che ha lasciato la propaganda ateistica non è facilmente colmabile nel nuovo contesto dell’occidente laicista. Si potrebbe fare un lungo elenco del peso che l’eredità comunista ha posto sulle nostre spalle verso l’Europa, ma bisogna vedere anche il bene che si può trarre dal passato comunista. Direi che esso diventa una realtà positiva per l’Albania quando realizziamo come il regime con la sua oppressione abbia unito di più il popolo che così ha resistito. E questo si vede bene nella cordialità dei rapporti interreligiosi, a differenza di altri Paesi della regione dove i conflitti etnico-religiosi sono ancora presenti. Anche in questo ambito l’Albania rappresenta un fattore di stabilizzazione dell’area balcanica. L’Albania è un fattore per la stabilità e per la pace nei Balcani per la sua vocazione europea. Vivere insieme è meglio che morire insieme”.Il Kosovo resta sempre una questione delicata…“Circa la questione del Kosovo l’Albania ha giocato un ruolo importante sin dall’inizio del conflitto balcanico portando avanti un lavoro di pacificatore di tensioni all’interno del popolo kosovaro. L’Albania non ha mai avuto pretesa di annessione del Paese ma si è fatto portavoce presso le istituzioni internazionali delle istanze dei kosovari, un ruolo peraltro riconosciuto a livello internazionale”.Cosa può dare all’Albania un ingresso in Europa?“L’Europa può dare all’Albania quello sviluppo che si è fermato nel 1946 quando l’orologio della sua storia segnò l’avvento del regime di Enver Hoxha. E magari un piccolo piano Marshall, guidato dall’Italia, Paese vicino a noi per tante affinità, che potrebbe portarci al livello di altre nazioni sotto il profilo economico, commerciale, finanziario, infrastrutturale, come scuole, ospedali, acquedotti, elettricità”.Anche la Chiesa è chiamata a dare il suo contributo ma prima deve scrollarsi di dosso l’oppressione comunista, è così?“Il danno portato dal comunismo alla Chiesa è notevole e non si può riparare in poco tempo. La Chiesa è stata sradicata dalla realtà albanese così come le su strutture. Lo stesso clero, molto preparato, è stato decimato insieme ai cervelli più fini del Paese dal regime di Hoxha. Oggi siamo nelle necessità di ricostruire le nostre strutture ma possiamo farlo grazie anche all’aiuto di tanti religiosi e religiose, sacerdoti anche missionari. In più oggi abbiamo vocazioni che vengono dal nostro Paese, ed è un dono di Dio. Dal 2000 ad oggi abbiamo circa 30 preti albanesi. Il comunismo ci lascia tanti martiri, vera ricchezza della nostra Chiesa, composta da 5 diocesi (i vescovi sono sette, ndr.) Abbiamo chiuso da poco il processo diocesano di 40 martiri albanesi nella cattedrale di Scutari. Essi sono una testimonianza per l’Europa e per tutto il mondo”.