CHIESA ED EUROPA (15)
Interviste con i vescovi Comece: mons. Róbert Bezák (Slovacchia)
Con l’intervista a mons. Róbert Bezák, arcivescovo di Trnava (Slovacchia), prosegue lo speciale di SIR Europa dedicato alle riflessioni dei vescovi europei sul processo d’integrazione europea e sul pensiero della Chiesa sulla casa comune europea (cfr SIR Europa 62-63-64-65-66-67-69-71-75-76-77-78).Che opinioni e aspettative nutrono i cattolici del Suo Paese riguardo all’Ue?“La prima aspettativa è che l’Ue contribuisca a sviluppare i contatti reciproci e il senso di vicinanza. Se non ci sono frontiere, è molto più bello, e noi abbiamo sperimentato frontiere molto dure: recinzioni elettrificate, cortina di ferro. Quando i nostri visitano Roma, Lourdes, Fatima, per loro è un’opportunità di rafforzare la fede, scambiare idee ed esperienze. Mi rendo conto che l’azione dello Spirito Santo non conosce confini e vedo le aspettative dei cattolici slovacchi soprattutto in termini di arricchimento reciproco. La nostra gente può offrire le proprie emozioni, le tradizioni slovacche, la gioia che sgorga dalla fede; potrebbe essere una fonte d’incoraggiamento per altri. Per me, l’Unione europea è un’opera di Dio: apertura, vicinanza, conoscerci fra di noi, nonostante tutte le difficoltà che possono nascere. D’altra parte, le stelle sulla bandiera europea sono il segno del cammino che le Sacre Scritture ci ricordano. Una donna circondata di stelle, ed Europa, in effetti, è una ‘donna’. Sarei contento se potessimo vedere una grande opportunità di cooperazione e vicinanza, ma il cammino è ancora molto lungo”.Il consenso è basato su una informazione corretta: per la sua esperienza crede che le informazioni sull’Ue e sulle Chiese europee siano adeguate?“La dimensione economica dell’Ue viene presentata come una priorità, invece della dimensione della libertà interiore, delle possibilità di amicizia e vicinanza con le persone. Sarebbe un disastro se comprendessimo l’Europa fermandoci al livello della moneta comune; una visione troppo circoscritta. Ho l’impressione che le informazioni offerte al pubblico siano eccessivamente pragmatiche e che vediamo soltanto un frammento della bellezza che i confini non esistono più. Mi aspetterei uno sforzo per cogliere il senso più profondo dell’Ue. Ovviamente, il flusso di informazioni è enorme ed è difficile discernere le priorità, forse sarebbe utile un maggiore sforzo da parte dei responsabili nel mettere più in evidenza il significato positivo dell’Ue. Per quanto riguarda le Chiese europee, noi in Slovacchia ci occupiamo più che altro dei nostri problemi e ci interessa poco quello che succede nei Paesi vicini. Abbiamo soltanto informazioni parziali sulla vita della Chiesa all’estero; sarebbe meglio avere una visione più articolata, un pensiero comune – ecco cosa manca, anche se le porte sono già aperte”. Come può la Chiesa nel Suo Paese contribuire all’Unione europea?“La Chiesa in Slovacchia deve prendere coscienza della sua posizione in Europa. Anche se ci può sembrare che il nostro cristianesimo e la vita dei nostri cattolici sia bella in confronto a quella di alcuni altri Paesi, noto una certa paura di fare le cose in un modo nuovo. Abbiamo persone che, grazie a Dio, vivono la propria fede in profondità e possono rappresentare un lievito per la società. Ho visto comunità slovacche all’estero – a Dublino, a Londra, in Svizzera – di cattolici seriemente impegnati a vivere la fede nel quotidiano. Non dobbiamo avere paura di entrare in scena, di trovare il nostro ‘posto a tavola’ e non dobbiamo limitarci a guardare da un angolo della stanza, in preda allo sconcerto. In questo senso, dovremmo diventare membri non svalutati dell’Europa cristiana”.Cosa pensa del lavoro svolto finora dalle Chiese Europee nell’Ue?“L’Ue si presenta in primo luogo come organismo civile e laico, un’Unione in cui sembra che confessare valori cristiani rappresenti un problema. Lo vedo come una battaglia che deve ancora essere combattuta e vinta, una battaglia per la nostra identità. Le Chiese europee non dovrebbero rassegnarsi alla perdita di coscienza riguardo all’importanza del cristianesimo per l’intera Europa. È così che l’Ue è stata creata. Ecco in cosa vedo la forza della Chiesa. Quest’ultima viene considerata più come un osservatore o un ospite delle istituzioni europee, ma nessuno domanda la sua opinione, è come se le dicessero: ecco, siediti e ascolta le soluzioni che proponiamo; in questo senso, quindi, dobbiamo essere realistici. L’Europa è laica, benché il cristianesimo trascenda tutte le proprie componenti. La Chiesa dovrebbe far sentire la propria voce e richiamare l’attenzione su questa identità interiore, sull’ontologia dell’Europa. Se non lo facessimo, se ci rifugiassimo nel privato, l’idea dell’Europa unita perderebbe il suo significato, il suo potere spirituale. La ragione per cui siamo a Bruxelles è che ci vogliamo essere. La Chiesa cattolica ha sempre qualcosa da dire. Lo si potrebbe paragonare alla volontà dei genitori di dire ai propri figli ciò che sentono nel proprio cuore, ma poi sta ai figli metterlo in pratica. Credo che l’Europa sia sufficientemente saggia da comprendere la voce della Chiesa, che si colloca sullo sfondo come un ‘genitore’ dell’idea di nazioni unite”.