CHIESA IN EUROPA (2)

Coraggio e sapienza

Gli interventi di un politico e di un filosofo al seminario Ccee

“L’Europa ha bisogno di uomini e di uomini politici coraggiosi”. Lo ha detto Luca Volontè, parlamentare presso il Consiglio d’Europa, intervenendo il 22 novembre al seminario a Roma su “Europa e Nuova Evangelizzazione” promosso dal Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee). Il rappresentante politico del Consiglio d’Europa è intervenuto nella seconda parte dell’incontro insieme al filosofo francese Philippe Capelle-Dumont, aprendo quindi lo spazio per un momento di scambio e dibattito tra i partecipanti. Appello alla mobilitazione sapiente. L’Europa ha bisogno di uomini politici “capaci di ingaggiare buone battaglie – ha detto Volontè – nella lucida consapevolezza che si possa vincere o perdere. Coraggio di essere e vivere anche nella politica ciò che si è, ciò che si dice di voler essere nei programmi elettorali, nelle intenzioni di governo”. “Nell’affrontare le sfide dell’Europa di oggi – ha aggiunto -, dobbiamo innanzi tutto porci una questione di metodo: quale diritto abbiamo di imporre valori cristiani ad una Europa, per molti aspetti, non più cristiana?”. Ed ha risposto: “I nostri valori cristiani in realtà sono universali, in quanto sono anche naturali e raggiungibili con l’uso della ragione”. E se da una parte “esistono e permangono segni di grande preoccupazione per l’abbandono della fede e della consapevolezza di Dio nella nostra vita” dall’altra, ha precisato Volontè, “mi pare di intravedere una grande vivacità e una ripresa interessante in molti dei Paesi”. Per il parlamentare, occorre “una migliore organizzazione, coordinamento e efficacia di azioni comuni tra le centinaia di organizzazioni locali, nazionali ed europee cattoliche”: “Penso che questa ‘terra desolata’, frutto amaro e conseguenza logica del consumismo selvaggio e del relativismo morale, sia una straordinaria e provvidenziale provocazione alla Chiesa di Europa”. “All’Europa in crisi di identità e ai nostri concittadini dobbiamo dire che noi stessi ci sentiamo protagonisti del presente e del futuro della nostra patria europea, perché essa ci riguarda e ci interpella”. “È necessario un grande appello alla mobilitazione sapiente per la crescita di quel ‘neoumanesimo’ di cui l’Europa ha urgente bisogno”, ha concluso Volontè, ed “è necessario educare una nuova generazione di cattolici alla vita pubblica e alla responsabilità democratica della politica, una generazione nuova di persone pronte a impegnarsi con audacia, senza nessuna paura”.Un ruolo dimenticato. Di contesto culturale europeo e di “destino del cattolicesimo oggi in Europa” ha parlato invece il professore di filosofia all’Institut Catholique di Parigi, Philippe Capelle-Dumont, sottolineando come in Europa sia in atto una sorta di “amnesia” spesso “arrogante” verso il ruolo svolto dal cristianesimo nel continente. “Ci troviamo da ormai tre decenni circa in una situazione il cui paradosso si è drammaticamente accentuato; da una parte sappiamo che la storia dell’Europa si è costruita secondo le ispirazioni originarie del cristianesimo; dall’altra osserviamo che lo spazio conferito al cattolicesimo dopo due mille anni di storia, non è che uno spazio residuale”. Per Capelle-Dumont, “si dimentica che il cristianesimo, a dispetto di tutte le peripezie storiche, non soltanto ha inventato ma ha anche promosso in Europa e per l’Europa, la distinzione teorica del temporale dallo spirituale, ispirando la separazione pratica degli ordini politici e religiosi”, e ci si rifiuta di riconoscergli “il merito di aver formato il paradigma principale dei quadri futuri giuridici, delle principali concettualità scientifiche e filosofiche della storia europea”. Fede, ragione, comunicazione. Riferendosi allo specifico della fede, il filosofo ha spiegato che per il cristiano la ricerca della verità “non si realizza mai al di fuori della tensione fede-ragione”, e “il riconoscimento umano-divino” non può che “giocarsi nell’esercizio della comunicazione”, senza dubbio “la principale questione di questo secolo, alla quale noi cattolici dobbiamo urgentemente arrecare il nostro contributo”. “Perché – spiega – non è soltanto né soprattutto in gioco il controllo dei media, ma, più profondamente, il lavoro di specificazione delle modalità di comunicazione indotte dal nostro duplice rapporto con il mondo e con la nostra tradizione”. Oggi “la comunicazione avviene in virtù di giochi di influenze economiche e di deliberate manipolazioni psicosociali”. “Si tratta dunque di comunicare imparando a superare – al di là del candore della tolleranza cieca, e quindi con l’adozione di strategie efficaci, ma tranquille – le resistenze che incontra la positività cristiana”. Di qui gli interrogativi: “Il mondo cattolico è in grado di soddisfare la comunicazione ‘creatrice’ senza formare autentici ‘comunicatori’, autentici ‘corrispondenti”‘ nella società di oggi?”. Senza stimolare “una vera ‘corrispondenza’?”. E “può realizzare specificamente questo compito di ‘corrispondenza’ senza ricorrere a ciò che avviene nella corrispondenza: il riconoscimento?”.