GIOVANI IN EUROPA
Intervento di padre Duarte da Cunha (Ccee)
“Si deve spingere i giovani a non tenere nascosta la propria fede. Anche se commettono errori, anche se non sono sempre al 100% coerenti, devono uscire dal proprio piccolo mondo, altrimenti non saranno mai liberi, non saranno mai maturi”. Si è concluso con un invito ai giovani ad uscire allo scoperto per dare testimonianza al mondo della propria speranza l’intervento che padre Duarte da Cunha, segretario generale del Consiglio delle conferenze episcopali europee (Ccee), ha tenuto al XII Convegno nazionale di pastorale giovanile, promosso a Roma dal 10 al 12 novembre sul tema “Crescere insieme per la vita buona”. Padre da Cunha ha rivolto poi un accorato appello anche agli adulti: “non possono aver paura di scommettere sui giovani. Però – ha aggiunto – non si può dimenticare la responsabilità di accompagnarli ed aiutarli a giudicare e a migliorare”. Riportiamo una sintesi del suo intervento.Il secolarismo. Nel suo intervento, padre da Cunha ha analizzato la “realtà sociale” in cui i giovani oggi si trovano a vivere in Europa. “Il secolarismo – ha detto – è una nota chiara della cultura europea”. “Sia i giovani dell’Est che dell’Ovest sono sommersi in una cultura del cosiddetto ateismo pratico. Si vive come se Dio non ci fosse, o, se anche la sua esistenza non è negata, non interessa comunque molto”. “Si agisce come se Dio non c’entrasse. C’è una grande divisione fra vita e fede”. La mobilità delle persone. Altra realtà che fortemente caratterizza la società europea è la mobilità delle persone. “Questo fenomeno – osserva il segretario generale del Ccee – influenza le giovani famiglie, ma anche i giovani studenti che hanno oramai tantissime possibilità per studiare all’estero, almeno per una parte dei propri studi universitari. Sono tante le università in Europa dove la percentuale di stranieri è più del 20%. Più in profondità, però, troviamo che da un lato ci sono Paesi che si svuotano e dall’altro Paesi che accolgono quelle persone che hanno lasciato la propria terra”. “Ricevere con entusiasmo i fedeli che vengono da fuori e dare anche l’opportunità di lasciarsi cambiare dalla presenza di coloro che vengono da lontano e portano, a volte, una fede più viva e radicata, deve essere vista come una grande chance per la Chiesa.La crisi economica. Ma c’è un fenomeno che incide profondamente la vita sociale dei giovani di oggi. “Riguarda – afferma padre da Cunha – la crisi economica e soprattutto la disoccupazione, ma anche la crisi della famiglia e la mancanza di speranza. È chiaro che la Pastorale non può risolvere questi problemi, può, comunque, accompagnare i giovani e aiutarli a trovare delle soluzioni. Anche perché spesso questa crisi colpisce giovani molto soli, senza una famiglia unita che li appoggi, che sia capace di aiutarli a non lasciarsi scoraggiare e a trovare delle alternative. Quello che la pastorale deve fare è ricordare in modo tangibile che Dio c’è e ci ama”.L’intelligenza e il cuore. Secondo padre da Cunha, “un’evangelizzazione efficace dei giovani richiede un’identità cristiana profonda e chiara, radicata nella persona di Gesù Cristo”. Ed aggiunge: “Esiste un’Europa di giovani cristiani. Essa è sicuramente un’Europa di persone che hanno fatto l’esperienza di un incontro profondo. Oppure, se non hanno ancora trovato personalmente il Signore, lo cercano sinceramente e drammaticamente. Quando colui che cerca incontra un gruppo di giovani cristiani che testimoniano una vita attraente, capace di provocare la sua intelligenza e il suo cuore, è portato a seguirli e, col tempo, può fare esperienza dell’incontro personale con Cristo”. Il segretario generale del Ccee ritiene necessaria la presenza e l’accompagnamento degli adulti. “La pastorale giovanile ha bisogno di adulti, perché è sempre una pastorale educativa, che accoglie i giovani in un momento della vita in cui si decide il loro futuro”.Giovani non indignati, ma impegnati. “Tanti giovani – ha concluso il segretario generale del Ccee – stanno diventando cinici, senza speranza e quindi preoccupati soltanto con se stessi e con l’immediato, senza nessuna convinzione di avere qualcosa da dare agli altri. Le manifestazioni degli indignati fanno vedere che è possibile muovere i giovani – quello di cui abbiamo bisogno, però, non sono dei giovani indignati, ma dei giovani impegnati. In Europa, in diversi Paesi e secondo le sue tradizioni, ci sono molte esperienze di giovani che danno il loro tempo per aiutare gli altri, la carità, come legge suprema dei cristiani è anche il modo più autentico di vivere umanamente. Ed i giovani che ne fanno esperienza testimoniano che è proprio quando fanno l’esperienza del dono di se stessi agli altri, ai poveri, ai bambini, ai ammalati, agli anziani, che vedono destarsi in loro una vita più vera”.