AUSTRIA E GERMANIA
Soddisfazione per sentenza Corte Ue su fecondazione assistita eterologa
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha deciso il 3 novembre che il divieto della fecondazione assistita eterologa non viola i diritti fondamentali della persona. Il pronunciamento nasce da un’istanza presentata da due coppie di austriaci che si erano rivolte alla Corte poiché in Austria questa procedura è vietata. La sentenza, emessa dalla Grande Camera della Corte e che ribalta un precedente giudizio espresso dalla Piccola Camera nel 2010 sulla stessa questione, è stata salutata con favore dalla Chiesa cattolica. Ecco una breve sintesi dei pareri espressi da diversi protagonisti della Chiesa austriaca e tedesca.Il caso. L’istanza era stata presentata nel 2010 da due coppie che non potevano avere figli e che volevano ricorrere alla fecondazione assistita eterologa. Il diritto austriaco consente l’inseminazione artificiale solo con gameti della coppia e le coppie hanno sottoposto pertanto il loro caso alla Corte europea, con la motivazione che la normativa austriaca rappresentava una violazione del diritto alla famiglia e costituiva una discriminazione vietata. Nella sentenza del 3 novembre, i giudici hanno stabilito che “il legislatore austriaco non ha escluso completamente la fecondazione artificiale, poiché consente determinati metodi”. Pur ammettendo l’esistenza negli Stati membri del Consiglio d’Europa di una “tendenza chiara a consentire la donazione di gameti ai fini della fecondazione in vitro”, la Corte afferma che “ciò non limita i margini di discrezionalità dei singoli Stati”. Inoltre, i giudici hanno sottolineato la legittimità di “perplessità fondamentali” da parte del legislatore austriaco circa la donazione eterologa, “tema estremamente controverso nella società austriaca” e che “solleva questioni etiche complesse su cui non esiste ancora consenso”. Infine, fa notare la sentenza, “in base al diritto austriaco non è vietato sottoporsi all’estero ad un trattamento di fecondazione assistita non consentito in Austria”.Grande sollievo. “Molto sollevato”: così si è detto mons. Klaus Küng, vescovo di St. Pölten e responsabile della Conferenza episcopale austriaca per le questioni della famiglia e di bioetica, intervistato il 3 novembre dall’agenzia di stampa cattolica austriaca Kathpress. “Questa decisione rispetta la naturale necessità di qualsiasi persona di sapere chi sono i propri genitori biologici”. “Grande sollievo” è stato espresso anche dall’organizzazione austriaca “Aktion Leben”: il segretario generale Martina Kronthaler ha dichiarato a Kathpress che “la sentenza conferma la preoccupazione che le donazioni di ovociti non siano ‘innocue’, poiché esse avvengono spesso con lo sfruttamento di donne che si trovano in condizioni di emergenza”. Inoltre, ha evidenziato, “le conseguenze psichiche per i bambini con due madri biologiche – la donatrice e la donna che mette al mondo il bambino – costituiscono un tema su cui praticamente non esistono ricerche”. “Ovviamente”, ha puntualizzato Kronthaler, il desiderio non appagato di avere figli è un tema difficile, per il quale dobbiamo mettere a disposizione degli aiuti. Ma questi aiuti non possono avvenire a spese di altre persone”. Kronthaler ha infatti ricordato che “la donazione di ovociti rappresenta oramai una vera e propria industria ramificata in tutta l’Europa. La questione del benessere del bambino o dello sfruttamento della donna in Paesi più poveri viene considerata ben poco nel dibattito sul tema”.Segnale chiaro. “Con questa sentenza viene rafforzata la tutela della dignità umana”: lo ha affermato mons. Robert Zollitsch, presidente della Conferenza episcopale tedesca, in un comunicato diffuso il 3 novembre. A nome dei vescovi tedeschi, mons. Zollitsch ha affermato che la decisione dei giudici “rappresenta un nuovo e chiaro segnale contro l’utilizzo degli esseri umani a scopi materiali. Ammettere la donazione di ovociti – ha avvertito – nasconde il grande pericolo rendere la donna un oggetto di interessi commerciali, sfruttando la loro situazione a costo di danni fisici e psichici considerevoli. Poiché una donazione di ovociti comporta per la donna un rischio di salute da non sottovalutare, questa sentenza contribuisce in modo sostanziale alla tutela della salute e della vita umana”. Inoltre, secondo mons. Zollitsch, la decisione della Corte “mette in primo piano il benessere del bambino”, impedendo “il dissolvimento dell’integrità della famiglia” causato dal distacco dell’identità di madre e figlio”. In una prospettiva più ampia, ha osservato mons. Zollitsch, “con questa sentenza” e la recente “decisione negativa della Corte europea sulla possibilità di brevettare cellule staminali embrionali”, “nell’arco di breve tempo sono state prese a livello europeo due importanti decisioni che rifiutano chiaramente la commercializzazione e la strumentalizzazione della vita umana”.