ASSISI 2011
Intervista con il card. Roger Etchegaray
Venticinque anni fa, i leader mondiali delle religioni furono chiamati da Giovanni Paolo II ad Assisi per invocare la pace insieme e ciascuno nei luoghi e secondo le proprie tradizioni religiose. Fu un evento unico nel suo genere, privo all’epoca di riferimenti storici e, pertanto, profetico. Da allora lo “spirito di Assisi” non ha cessato di soffiare, sebbene il mondo si ritrova oggi ferito in più parti da scontri, conflitti e guerre. Ne parliamo con uno dei grandi protagonisti dell’evento di Assisi 1986: il card. Roger Etchegaray, che all’epoca ricopriva la carica di presidente del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace e come tale fu chiamato da Giovanni Paolo II a collaborare con lui alla preparazione di quell’evento. Come germinò nel cuore di Giovanni Paolo II l’idea di un incontro di preghiera per la pace ad Assisi?“Bisogna innanzitutto rendersi conto del periodo storico che la Chiesa e l’umanità stavano vivendo 25 anni fa. Era il periodo della guerra fredda, il mondo era diviso in due e c’era anche la minaccia di una guerra nucleare. Era quindi un periodo molto duro per i responsabili della pace. Papa Giovanni Paolo II era già considerato un apostolo della pace, in più il 1986 fu dichiarato dalle Nazioni Unite anno internazionale per la pace. C’era quindi un concorso di circostanze. Dio fa bene le cose e le fa in maniera inattesa. Ricordo che un tedesco, un protestante, Carl Friedrich von Weizsäcker, un fisico di reputazione mondiale, fratello dell’allora presidente della Federazione tedesca, scrisse al Papa chiedendogli di indire un ‘Concilio mondiale per la pace’. Il Papa lesse con molta attenzione quella lettera. All’epoca ero presidente del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, era quindi colui che a nome del Papa seguiva per lui e con lui tutti i problemi della pace e della giustizia. Il Papa mi chiamò, mi mostrò quella lettera e mi chiese un consiglio e mi disse che voleva fare qualche cosa. E con me chiamò qualche giorno più tardi anche altri due presidenti di dicasteri: il responsabile del dicastero per l’unità dei cristiani, che all’epoca era il card. Johannes Willebrands, con il suo vice padre Duprey, due grandi apostoli dell’ecumenismo; e poi il responsabile del dicastero per il dialogo interreligioso, il card. Francis Arinze. Abbiamo avuto con il Papa e con altri collaboratori della segreteria di Stato molti incontri. Non ho più visto il Papa così spesso come in quei giorni. Si decise così di organizzare una giornata di preghiera per la pace e il Papa stesso ebbe l’idea di organizzarla ad Assisi, la città di san Francesco, città che Giovanni Paolo II amava moltissimo e che gli sembrava il luogo adatto per accogliere un incontro di preghiera con i leader mondiali delle religioni”. Come fu accolta l’iniziativa?“Fu una novità: mai prima ci fu un’iniziativa del genere. Occorreva all’epoca molta audacia, direi quasi profetica, per riunire mondialmente dei responsabili religiosi. La preoccupazione del Papa fin dall’inizio fu quella di capire come poter invitare i leader religiosi per pregare per la pace evitando non solo ogni sincretismo ma anche ogni apparenza di sincretismo. Era un grande problema e ci sono state a questo proposito molte riunioni con il Papa per trovare una formula che poi portò al programma di Assisi. Certo non tutti hanno compreso: sapete bene che ci sono state delle opposizioni non soltanto da parte cattolica ma da parte della corrente integralista lefebvriana che accusò il Papa di considerare tutte le religioni uguali”. Come ha vissuto il Papa queste opposizioni? “Ha molto sofferto. Assisi era un’iniziativa unica, una prima in assoluto nella storia della Chiesa e delle Chiese cristiane. Il Papa prese tutte le precauzioni; fece di tutto per evitare fraintendimenti. Riunì la curia romana e i cardinali e mi incaricò di presentare il programma. E poi dedicò quattro Angelus di domenica unicamente per spiegare all’opinione pubblica questa iniziativa”. È il prezzo della profezia?“La preparazione di Assisi durò dieci mesi. L’annunciò a San Paolo fuori le Mura in gennaio durante la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Dunque dieci mesi di preparazione. Giovanni Paolo II fece tutto quello che si poteva pedagogicamente fare per toccare la sensibilità di tutti i fedeli”.E il mondo come reagì?“C’è un avvenimento di cui si è parlato poco. Il 4 ottobre, festa di san Francesco, due settimane prima della giornata di Assisi, Giovanni Paolo II si trovava in Francia, a Lione e in maniera del tutto inaspettata lanciò un appello perché il 27 ottobre ci fosse almeno per un giorno una tregua. C’erano moltissime guerre in atto e in tutto il mondo e il Papa chiese che nel giorno di Assisi, il 27 ottobre, le armi tacessero. Ebbe molte risposte, alcune anche inattese. Era inimmaginabile all’epoca che un Papa potesse domandare un tregua simile”. Che cosa aveva nel cuore Giovanni Paolo II?“Aveva in cuore soprattutto la preghiera perché – ne era convinto – senza la preghiera non si può mai ottenere una pace duratura, una pace giusta. Il 27 ottobre 1986 fu un giorno straordinario: l’avvenimento fu seguito da 500 giornalisti. Ricordo che il Papa accolse le delegazioni delle diverse religioni alla Porziuncola. C’erano rappresentanti del buddismo, dello shintoismo, e anche delle religioni animiste, provenienti soprattutto dall’Africa. Eravamo lì, tutti insieme: mi ricordo che dalla Porziuncola siamo saliti su un pullman per raggiungere la basilica di san Francesco e mi ricordo ancora l’immagine di Giovanni Paolo II seduto accanto al delegato del Patriarcato ecumenico, al Dalai Lama, all’arcivescovo di Canterbury. Così gli uni accanto agli altri, come fratelli, cercatori tutti, responsabili in qualche modo della pace nel mondo. Secondo la formula del Papa: insieme ad Assisi per la pace perché tutti siamo figli nell’umanità, pregando però ciascuno nei luoghi e secondo le proprie tradizioni per evitare ogni sincretismo. Era un giorno di ottobre piuttosto nuvoloso se non addirittura piovoso e alla fine della mattinata apparve un magnifico arcobaleno che abbracciava tutta la città. Giovanni Paolo II, la sera, mi disse personalmente: ‘Avete visto l’arcobaleno? È stato per me una grande sorpresa e una grande consolazione perché vi ho visto il segno che Dio è veramente con noi ed è per la pace tra gli uomini'”. La pace tra gli uomini sembra oggi una meta impossibile. Solo qualche giorno fa al Cairo, 24 cristiani copti sono stati uccisi…“I copti sono nel cuore di un difficile cambiamento politico in Egitto. Sono cristiani. Non solamente al Cairo ma in tutto il Medio Oriente i cristiani, a qualsiasi confessione appartengano, sono le persone più perseguitate. Benedetto XVI lo ricorda spesso in questi giorni. È un mistero. Ma occorre reagire al fatto che le religioni possano portare alla guerra, allo scontro. È purtroppo vero che nei secoli ci si è battuti in nome di Dio. Quando ero un giovane seminarista nei Paesi baschi occupati dall’armata nazista di Hitler, ricordo che i soldati portavano una grossa cintura in vita dove era scritto: ‘Gott mit uns’ (‘Dio è con noi’). È impensabile: né la Bibbia né il Corano, se si leggono bene e non in maniera perversa, inducono gli uomini alla guerra. Tutti i libri ispirati da Dio sono sempre libri che parlano di pace”. Di fronte all’attualità dei conflitti ancora in atto in molti regioni della terra, ha ancora senso oggi parlare dello “Spirito di Assisi”? “L’uomo creato a immagine di Dio non può che essere artefice di pace e, quindi, desiderare la fraternità universale. Assisi è stato un avvenimento che ha fatto fare un passo straordinario in avanti all’umanità perché ad Assisi, si è presa coscienza che l’umanità costituisce una famiglia umana dove tutti sono fratelli, qualsiasi sia la diversità religiosa a cui appartengono. Tutti sono fratelli, perché tutti in una maniera o nell’altra dipendono da un creatore, da un Dio, da un padre. Ma si sa, è più difficile fare la pace che fare la guerra. E la preghiera è la sola maniera per ottenere la pace”.La situazione mondiale però getta un’ombra di pessimismo su questa considerazione. Lei cosa ne pensa?“Non si tratta di essere pessimisti. Bisogna essere realisti e il realismo chiede di prendere atto che la violenza è sempre esistita, fin dall’inizio della storia degli uomini. Basta pensare alle figure di Caino e Abele: un fratello che uccide suo fratello. Dio vuole la felicità di ogni uomo ma ha anche donato ad ogni uomo il più bel dono che poteva fare, e cioè la libertà. E quando l’uomo è libero come Dio ha voluto, l’uomo purtroppo può usare e abusare della sua libertà. Non ci si deve scoraggiare perché non si avrà realisticamente mai una pace dappertutto. È vero che siamo in un periodo in cui il male, la violenza e l’odio sono forti e sembrano predominare ma è altrettanto vero che ci sono ancora oggi un po’ dappertutto e anche nei Paesi in guerra, sussulti di riconciliazione, di fraternità, di solidarietà che danno speranza sebbene siano poco conosciuti”. Quale ruolo possono svolgere le religioni? “La storia insegna che la pace non sarà mai perfetta perché c’è il mistero del male. Il ruolo dei responsabili delle religioni è grande nella misura in cui sono essi stessi testimoni dei messaggi di pace e di fraternità che diffondono. E ciò chiede a ciascuno di noi un passo di conversione”.