UNGHERIA

Una Chiesa con la gente

Intervista con il card. Péter Erdő, arcivescovo di Budapest

Una fotografia della Chiesa di Ungheria oggi. La offre il card. Péter Erdő, arcivescovo di Esztergom-Budapest, primate dell’Ungheria e presidente Ccee, intervistato da SIR Europa.L’Ungheria è un Paese post-comunista, dalla caduta del regime totalitario sono passati più di vent’anni. Com’è cambiata da allora la situazione della Chiesa cattolica?“Con il cambiamento del sistema si sono aperte molte possibilità istituzionali per la Chiesa. In primo luogo sono stati riammessi gli ordini religiosi, che erano – ad eccezione di quattro congregazioni – del tutto vietati. Poi abbiamo avuto non soltanto la possibilità, ma quasi anche il dovere di far ripartire alcune nostre scuole che avevamo prima della nazionalizzazione. E così gradualmente è nata una rete di scuole cattoliche nel Paese, che adesso rappresentano circa il 6/7% del totale. Malgrado le nostre paure iniziali vi è un’atmosfera seria e un’ispirazione cristiano-cattolica, proprio grazie alla quale i genitori le scelgono volentieri. Inoltre abbiamo avuto la possibilità d’impegnarci nell’istruzione superiore, e così è nata l’Università cattolica. Accanto all’antica facoltà di teologia ne abbiamo fondato diverse altre: diritto, scienze umanistiche, tecnologia informatica, pedagogia, diritto canonico”.Sul fronte della comunicazione? “Abbiamo maggiori possibilità anche nelle comunicazioni sociali: nella stampa, nella radio, nella televisione. Nei mezzi di comunicazione pubblici c’è qualche programma religioso, seppur limitato, nel quale possiamo proporre dei contenuti. Abbiamo anche dei mezzi propri, però non sono potenti a motivo di risorse economiche limitate: sotto questo aspetto, la Chiesa ungherese è molto debole”.Quali sono le priorità della Conferenza episcopale ungherese per il futuro?“Purtroppo non abbiamo né i mezzi, né la possibilità di progettare quello che sogniamo. Le priorità vengono determinate dalle circostanze: quando la società invecchia, come in Ungheria, e c’è un calo demografico, significa che dobbiamo occuparci di più delle famiglie. Così quest’anno abbiamo dedicato i nostri sforzi alla famiglia, attraverso una serie di azioni, congressi, pubblicazioni. Nell’ultimo anno sono state approvate alcune norme giuridiche che potranno risultare favorevoli per le famiglie. Ma il cambiamento demografico non si vede, anche perché la gente è indebitata e vive in un clima di estrema incertezza per il lavoro. Bisogna non soltanto consolare, ma incoraggiare la gente, rinforzare la famiglia, occuparsi dei malati, degli anziani, dedicare attenzione ai gruppi sociali più deboli che sono particolarmente colpiti da questi cambiamenti: queste sono priorità dettate dalle circostanze. C’è poi, ovviamente, la missione di annunciare la Buona Novella a tutto il mondo, e questo vale anche oggi, in Europa e in Ungheria”.Nell’ultimo censimento, compiuto dieci anni fa, il 55% degli ungheresi si è dichiarato cattolico. Quali sono le aspettative per il censimento di ottobre?“L’ultima volta la domanda era: ‘A quale Chiesa o religione appartiene?’. Oggi la formulazione, invece, è: ‘Qual è secondo il suo sentimento la sua religione?’. La formula è molto più soggettiva. Poi non c’è una lista, non ci sono limitazioni. Noi abbiamo fatto comunque una campagna pubblicitaria per invitare la gente a dichiarare la propria fede cattolica. E speriamo che la popolazione risponda in tal senso, anche se la formula questa volta è più soggettiva, quindi meno chiara. D’altra parte su Internet è già cominciata una campagna di disinformazione, che cerca di confondere l’opinione pubblica e diffondere un altro concetto di cattolico o di appartenenza religiosa”. Qual è il ruolo della Chiesa cattolica in Ungheria e la sua influenza sulla società e nella politica?“Quasi tutte le Chiese, compresa quella cattolica, hanno un ruolo modesto nella vita pubblica, anche perché non sono forti economicamente e a livello di mass media. Tuttavia, abbiamo la missione di esprimere la nostra fede su tutte le realtà umane, per cui abbiamo, tra l’altro, pubblicato diverse lettere circolari, come Conferenza episcopale, su questioni etiche, una serie di documenti sulla giustizia sociale, sulla famiglia, sulla bioetica, sull’ambiente, contro l’aborto, contro l’eutanasia, in difesa della dignità della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale. Inoltre, diffondiamo ogni anno, in occasione della festa di sant’Elisabetta (18 novembre), una lettera sulla povertà o sulle questioni sociali, invitando la gente alla generosità”. Si parla molto della nuova legge sulle Chiese che, da gennaio, ridurrà il numero delle Chiese registrate da centinaia a 14. Si sono verificate proteste da parte di varie istituzioni, si parla di restrizione della libertà religiosa. Lei come valuta questa nuova norma?“La nuova legge varata quest’anno assomiglia molto a quella precedente del 1990: i termini generali della libertà religiosa e le garanzie offerte alle Chiese sono simili. Certo, la registrazione segue una sua logica: uno dei cambiamenti introdotti all’ultimo momento nella formulazione è che le comunità religiose, le Chiese vengono registrate non presso un tribunale, ma presso un ministero competente. Non lo ritengo un cambiamento così profondo: tecnicamente è importante, ma si tratta pur sempre di una registrazione, e non del permesso di funzionamento. Quando hanno introdotto la legge del 1990 c’erano quattordici Chiese riconosciute, registrate presso gli organi statali già alla fine dell’epoca comunista. Tutte queste sono state automaticamente registrate, ma anche le nuove potevano chiedere la registrazione presso il tribunale, purché avessero 100 membri fondatori. Per questo alcune comunità molto piccole, magari provenienti dall’estero, hanno pensato che si trattasse di una limitazione della loro libertà, perché non potevano farsi registrare come gli altri. La questione è stata esaminata dalla Corte costituzionale della Repubblica e la risposta è stata che la loro libertà religiosa è comunque garantita anche senza la registrazione come categoria speciale: se vogliono possono registrarsi e avere la personalità giuridica come associazione, oppure funzionare senza tale personalità giuridica nell’ordinamento dello Stato. Quindi il legislatore non ha violato la libertà religiosa permettendo la registrazione soltanto di quelle comunità con più di 100 membri. Naturalmente c’erano possibilità di finanziamento pubblico o di contributo per le istituzioni di utilità pubblica gestite da una Chiesa, come per esempio gli ospizi. Per questo vi sono stati pure gruppi d’imprenditori che hanno fondato una Chiesa per avere accesso a questo sostegno finanziario, e sembra che ci sia stato anche qualche abuso. Naturalmente possono essere registrate nel nuovo elenco pure molte comunità che adesso non appartengono alle quattordici chiese registrate ex ufficio, però il procedimento è più complesso: bisogna fare richiesta, poi è il Parlamento a decidere. Pensiamo che molti di questi gruppi religiosi o delle Chiese registrate finora chiederanno al Parlamento di essere inseriti nell’elenco, il che ha alcuni vantaggi economici nel sostegno delle loro istituzioni”.Quali sono le relazioni ecumeniche con le altre Chiese cristiane?“Abbiamo relazioni molto buone sia con le Chiese ortodosse, sia con le altre comunità cristiane e soprattutto con le cosiddette Chiese storiche protestanti, come la Chiesa calvinista e quella luterana. Poi ci sono altre comunità protestanti con pochissimi fedeli in Ungheria, che magari avevano rapporti con la cultura ungherese in un territorio che è al di fuori dai confini attuali. Noi abbiamo un dialogo regolare e collaboriamo per diverse questioni sociali e giuridiche. A gennaio vi è la Settimana ecumenica: preghiamo insieme per l’unità dei cristiani e invitiamo i pastori dell’altra comunità a pronunciare anche la Parola di Dio. Abbiamo persino un sistema d’accoglienza per gli alunni di un’altra confessione nelle nostre scuole e viceversa, seguendo una tradizione tipica già prima della guerra in questo Paese. Non obblighiamo gli alunni di altra confessione a partecipare all’ora di religione cattolica nella nostra scuola, ma assicuriamo loro che abbiano un insegnamento della loro religione da un insegnante indicato dal loro capo religioso. Questo è importante per essere solidali. Poi ci sono altre comunità, come la Fondazione Bill Graham che a volte organizza grandi incontri di preghiera e testimonianza. Ancora, abbiamo contatti con i battisti e alcune comunità neoprotestanti. Ci sono dei punti da apprezzare in questi incontri, soprattutto il coraggio di rendere testimonianza a Gesù: tutti noi siamo impegnati in questo. Gesù Cristo non s’incontra pienamente in modo astratto, ma attraverso la Chiesa”.