GIOVANI E LAVORO
Una ricerca delle Acli internazionali in nove Paesi europei
“Non riuscirei a fare un lavoro che non mi faccia sentire utile… non riesco a lavorare solo per i soldi”. “Il lavoro è importante, ma non può mai prevaricare la vita”. “Per me il lavoro è una sfida, e non mi tiro mai indietro”. Sono alcune testimonianze di giovani e donne intervistati dalla Federazione internazionale delle Acli (Associazioni cristiane lavoratori italiani) in nove Paesi europei (Belgio, Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia, Olanda, Svizzera, Albania e Kosovo) per un’indagine (oltre 150 interviste) presentata a Londra nel corso del seminario internazionale “Work, participation, democracy, people, rights, civil economy”, promosso dal 7 al 9 ottobre dalla stessa Federazione e dal Centro europeo per i problemi dei lavoratori (Eza) con il patrocinio del Comitato economico e sociale europeo. Sempre mento tutelati. “In questa Europa che invecchia ed è chiamata a riaggiornare i suoi sistemi di protezione sociale, le nuove generazioni sono poco valorizzate e ancor meno tutelate” affermano le Acli. Secondo i dati Eurostat, citati nel documento “Europa 2020” della Commissione europea e richiamati nel corso del seminario, la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 21% tra gli under 25. Il 14,4% dei cittadini Ue ha abbandonato la scuola prima di aver conseguito un titolo di istruzione secondaria superiore senza seguire ulteriori percorsi d’istruzione o formazione. Investimento ideale. “Anche il lavoro che può apparire più banale serve a mandare avanti questa macchina che è il mondo”, dice una ragazza francese. “Per me la vita dovrebbe essere incentrata, anche in ambito lavorativo, nell’aiutare gli altri”, aggiunge un’inglese. “Sono sicuro di aver dato il mio contributo all’ufficio legale portando molti valori democratici nelle leggi del Kosovo” afferma un giovane avvocato kosovaro. “Malgrado la crisi e le difficoltà che giovani e donne incontrano in Europa – fanno notare i ricercatori Acli – emerge dalle risposte un grande investimento ideale nel lavoro, in termini di valori e significati”. Sul piano individuale “il lavoro è un modo per avere un’identità, perché purtroppo sei quello che fai”, dichiara una giovane lavoratrice francese. Ma anche una sfida: “Confrontarsi con se stesso, mettersi alla prova per ottenere qualcosa in più”, dice un altro giovane. Sul piano delle attitudini richieste, “è importante essere flessibili – osserva un ragazzo tedesco -: adattarsi a situazioni nuove, spesso collegate con problemi”. E poi “essere creativo, prendere iniziative”, aggiunge un collega belga.Donne. Per le donne, gli intervistati riferiscono una realtà quotidiana assai diversa, difficoltà e ineguale trattamento, legato soprattutto alla maternità, alle retribuzioni, al peso dei carichi familiari. Dice una giovane albanese: “Lavoro con gioia, ma mi stanco molto con i lavori di casa. Nessuno mi da una mano e ho tre uomini in casa. Appena finisco qui si comincia il lavoro a casa e viceversa, senza sosta”. Il lavoro rimane comunque per le donne europee “uno strumento di emancipazione e piena cittadinanza”.Giovani. Il quadro che riguarda i giovani, rilevano i ricercatori, “è ancora più fosco: quelli occupati, hanno di solito condizioni lavorative precarie; quelli non occupati si dibattono nella ricerca di un lavoro”. Dalle interviste emerge il profilo di “una generazione sacrificata e condizionata da scarse tutele anche per l’avvenire. Una sorta di ‘buco nero’ nella catena generazionale”. “Anche quando prima o poi la crisi finirà”, osserva un intervistato, le conseguenze “non finiranno nel giro di pochi anni. Chi oggi è cassintegrato o precario, chi non ha la possibilità di risparmiare, chi non può costruirsi una famiglia” o “un futuro previdenziale … è destinato a vivere una sorta di crisi permanente”. Nonostante ciò, rimarcano i ricercatori, “i giovani non smettono di aver fiducia nell’Europa, considerato uno spazio vitale e imprescindibile”, ma sottolineano “l’importanza di un’accelerazione nella costruzione europea sotto il profilo sociale e politico, a riprova della incompletezza di un sviluppo unicamente economico”. Rappresentanza e partecipazione. Prevale l’atteggiamento della delega. “Disimpegno e lontananza – affermano le Acli – sono gli atteggiamenti più problematici”, eppure emerge “il bisogno di nuovo modello di rappresentanza” al quale arrivare “attraverso un percorso di riconoscimento e superamento delle nuove forme di lavoro sempre più precarizzate e individualizzate”. In questo scenario “occorre un nuovo modello di sviluppo”, concludono le Acli proponendo quello dell’economia civile, “dove mercato, Stato e società civile interagiscono virtuosamente e co-progettano strategie di sviluppo integrato. Solo così si potranno valorizzare i diritti dei lavoratori, la produttività ma anche la logica del dono, collocata come vuole la ‘Caritas in Veritate’, alle origini del mercato stesso” conciliando “l’uguaglianza fondamento di uno Stato democratico, la libertà regola del mercato, e la fraternità valore aggiunto della società civile”.