EDUCAZIONE CATTOLICA

Libertà e responsabilità

Etienne Verhack, segretario generale del Comitato europeo

I delegati di 27 Paesi d’Europa si sono riuniti a Praga il 7 e 8 ottobre per discutere delle priorità nel settore dell’educazione cattolica, per condividere le esperienze nazionali a livello internazionale e per definire le sfide attuali che devono essere affrontate. L’assemblea plenaria d’autunno della Comitato europeo per l’educazione cattolica (Ceec) è stata presieduta dal segretario generale, Etienne Verhack, che ha espresso la propria opinione sullo sviluppo dell’istruzione cattolica in un’intervista con Danka Jaceckova, corrispondente SIR Europa da Bratislava.Potrebbe descriverci la storia e la missione del Comitato europeo per l’educazione cattolica?“È stato creato a Bruxelles nel 1974 come associazione internazionale dei segretari nazionali per l’educazione cattolica. Era necessaria, in quanto si annunciava l’avvento dell’Unione europea e a quel tempo eravamo un po’ preoccupati dei piani e dei progetti della Commissione europea. Fin dal suo inizio, lo scopo dell’associazione è stato quello di difendere la libertà di educazione, di tutelare i diritti dei genitori di scegliere le proprie scuole e di salvaguardare i diritti delle scuole cattoliche in Europa. È cominciata come una specie di ‘club’ di 7-8 Paesi e, dopo la caduta del Muro di Berlino, si sono uniti i Paesi dell’Europa dell’est. Attualmente, raduniamo 27 Paesi dell’Unione europea e non, compresa l’Ucraina e l’Albania. Ci occupiamo di 7.6 milioni di studenti e di 26.000 scuole elementari e secondarie in Europa”.Quali sono i problemi e le sfide principali che l’educazione cattolica in Europa deve affrontare oggi?“L’educazione cattolica si trova in una situazione molto problematica: abbiamo la secolarizzazione, l’aumento del multi-culturalismo, l’arrivo di un gran numero di rifugiati, abbiamo anche i problemi di un’educazione familiare in declino e di genitori che abbandonano l’educazione dei propri figli, abbiamo molte famiglie disgregate, e questo è un davvero un problema. C’è anche l’influenza dei mass media. Circa 30 anni fa, l’educazione si faceva a casa e a scuola, ma ora tutto ciò che i giovani apprendono qui è facilmente distrutto dai media e anche dai contatti che hanno in strada. Nei Paesi dell’Europa occidentale, abbiamo enormi problemi con la diminuzione delle vocazioni; in molte scuole belghe e olandesi non ci sono più preti né suore, e dobbiamo dire che in alcuni Paesi secolarizzati del Nord il numero effettivo di insegnanti credenti nelle scuole cattoliche è in graduale diminuzione”.Cosa può essere fatto per invertire queste tendenze, specialmente da parte del Ceec?“Riuniamo persone che provengono da questi 27 Paesi e dobbiamo dire che un Paese piccolo conta esattamente quanto un Paese grande, quindi non c’è differenza tra la Francia e l’Albania, ci rispettiamo a vicenda nello stesso modo. L’assemblea generale, che generalmente convochiamo due volte all’anno, decide le priorità d’azione, perché non possiamo gestire tutti i problemi e molti di essi sono affrontati a livello nazionale. Otto anni fa abbiamo tenuto la nostra assemblea generale a Bratislava per affrontare un problema di pastorale scolastica. A causa della diminuzione del numero di sacerdoti, abbiamo dovuto trovare il modo di mantenere l’educazione cattolica nelle scuole in questa nuova situazione. Abbiamo poi avuto un colloquio incentrato sulla responsabilità dei presidi nella pastorale scolastica. I risultati di questo colloquio sono stati molto importanti. Per esempio, il segretariato nazionale in Francia ha creato un centro per la formazione dei presidi, così, quando un insegnante aspira alla posizione di preside, deve seguire uno speciale corso di preparazione di tre anni che prevede anche una formazione teologica. La nostra metodologia si basa sulla comparazione dei vari modelli di formazione, lasciando ogni Paese libero di scegliere quale sia il più idoneo per sé”. Quali sono gli orientamenti del Ceec per il futuro?“Dobbiamo affrontare l’individualismo, il materialismo. Molti ministeri dell’Istruzione vedono il ruolo delle scuole come una semplice preparazione al mondo del lavoro. Dobbiamo parlare le lingue molto bene, ma non c’è nessuna discussione sulla letteratura in cui è possibile scoprire l’umanità e i suoi problemi. Esiste una sorta di funzionalismo, concentrato sulla preparazione al mondo del lavoro. Siamo d’accordo che sia una parte importante, ma per noi l’educazione cattolica significa la formazione di una persona nella sua interezza per la vita. La dimensione cristiana è per noi molto importante, e sottolineiamo il fatto che gli insegnanti dovrebbero vivere l’esempio del messaggio cristiano. Un’altra misura contro l’individualismo che ho suggerito ai delegati degli stati membri del Ceec è quella di seguire l’esempio dei Paesi in cui i giovani di 17 – 18 anni intraprendono un lavoro socialmente utile per un breve periodo di tempo per imparare come donarsi agli altri. E ultima cosa – invitiamo gli insegnanti, i presidi e i genitori a rileggere la Bibbia per riscoprire i fondamenti della propria fede”.