CHIESE IN EUROPA
Intervista con il card. Péter Erdő, presidente del Ccee
Uno sguardo di speranza sull’Europa e un incoraggiamento ad una testimonianza cristiana sempre più trasparente ed efficace. Li offre il card. Péter Erdő, arcivescovo di Esztergom-Budapest, primate dell’Ungheria e presidente del Consiglio delle conferenze episcopali europee intervistato dal SIR Europa.Benedetto XVI chiama le Chiese europee alla “nuova evangelizzazione”. Quali preoccupazioni, quali speranze, quali progetti Lei ha nel pensare a questo appello?“In Europa il cristianesimo ha lasciato tracce anche nella cultura di quelli che non credono e che non conoscono la fede. La cultura europea ha molti elementi di provenienza biblica, di provenienza giudeo-cristiana e questo è un fatto da considerare e da apprezzare. Fu il beato Giovanni Paolo II a dare forti impulsi affinché si promuovesse in Europa, su questo territorio irrorato dal cristianesimo, una nuova evangelizzazione”. Tema centrale dell’ultima assemblea plenaria del Ccee a Tirana è stato appunto la nuova evangelizzazione in Europa…“In preparazione a questa assemblea, come è accaduto per le precedenti in riferimento ai temi scelti, abbiamo realizzato un’indagine continentale, cioè un questionario che poi le singole Conferenze episcopali e le Chiese orientali hanno non soltanto compilato ma approfondito. È stata presentata una sintesi di questa ricerca alla quale ha fatto seguito la relazione di mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della nuova evangelizzazione. Dobbiamo continuare ad approfondire il tema rispetto al grado di secolarizzazione delle singole società e alle esperienze che le Chiese hanno realizzato negli ultimi anni per la nuova evangelizzazione. Penso che la missione qui in Europa sia ormai un bisogno riconosciuto dagli altri cristiani. Alcune settimane fa a Budapest c’è stata una sessione specializzata della Kek sulla missione in Europa. L’incontro era organizzato presso la Facoltà di teologia dell’Università calvinista di Budapest. Penso che proprio nella missione, nella nuova evangelizzazione, sia presente anche l’aspetto ecumenico. Per esempio, durante la nostra missione cittadina protestanti ed ortodossi hanno dato la loro testimonianza. È intervenuto il metropolita Michele d’Austria e anche la chiesa ortodossa russa ha mandato un suo rappresentante”.Lei è presidente del Ccee dal 2006 ed stato riconfermato nel corso dell’assemblea plenaria tenutasi a Tirana dal 29 settembre al 2 ottobre. Come valuta questa esperienza? Quali le scelte più importanti che sono state compiute e quali quelle da compiere?“Il Ccee come Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa è un’organizzazione continentale fondata e riconosciuta dalla Santa Sede, che comprende tutte le Conferenze episcopali e Chiese cattoliche orientali dell’Est europeo. Questa organizzazione si estende anche oltre la cultura europea, cioè comprende tutta la Russia e la Turchia, quindi è un’organizzazione europea nel senso più ampio del termine. È un’organizzazione che ha una vocazione generale: tutte le questioni della vita pastorale, della prassi della Chiesa possono essere esaminate, trattate; ci sono commissioni stabili per diversi settori. Poi abbiamo una collaborazione istituzionale con la Kek, cioè con l’organizzazione delle Chiese non cattoliche europee, grazie ad una Joint Commission, che si raduna regolarmente. Insieme alla Kek, vengono promossi incontri ecumenici continentali. L’ultimo incontro di questo tipo, il terzo, è stato in Romania, a Sibiu, nel 2007, nell’anno dell’ingresso della Romania nell’Unione europea. Negli ultimi anni è nato il Forum cattolico ortodosso, il cui primo incontro è stato organizzato a Trento sulla famiglia. Il secondo incontro lo abbiamo celebrato sull’isola di Rodi, su invito dell’arcivescovo metropolita del posto – ortodosso – e del patriarca ecumenico di Costantinopoli. Abbiamo parlato degli aspetti teologici e storici del rapporto tra Stato e Chiesa e abbiamo trovato una base comune molto larga, soprattutto in vista della realtà europea di oggi”.Quale a suo avviso deve essere l’atteggiamento dei cattolici europei nei confronti del processo di costruzione di una Europa unita? “Il compito che abbiamo ricevuto da Gesù Cristo è di annunciare la Buona Novella a tutte le nazioni fino alla fine dei tempi e questo vale anche per la fase presente della storia e anche per il continente europeo. Quindi non si può dare di più a nessun popolo, a nessuna persona che la conoscenza e il rapporto personale con Gesù Cristo. Questo è il cuore della nostra missione e questo vale anche oggi. Naturalmente l’Europa ha i suoi problemi, culturali, economici, strutturali. E proprio per questo noi abbiamo il dovere di offrire tutta questa ricchezza in fedeltà a Gesù Cristo, in fedeltà alla verità che ci è stata affidata. E abbiamo il dovere anche di cercare le vie che possono portare questa verità al cuore dei nostri contemporanei. A questo scopo, i cristiani oggi in Europa sono chiamati a parlare tutte le lingue, in senso linguistico ma anche in senso culturale: il linguaggio dell’arte, dell’immagine, degli audiovisivi, di Internet. Non dobbiamo tralasciare nessuna forma di comunicazione per dare Cristo all’Europa, soprattutto quelle forme di comunicazione preferite dai nostri contemporanei”.Benedetto XVI richiama la necessità di nuova generazione di cattolici in politica. Lei pensa che le Chiese europee possano fare insieme qualcosa pensando alle istituzioni europee?“La politica che la gente conosce è quella nazionale. Gli Stati europei esistono e le competenze che toccano più direttamente la nostra vita quotidiana sono presso gli Stati. Senza gli Stati non è pensabile nemmeno la conservazione o lo sviluppo delle singole culture e delle singole lingue in Europa, che rappresentano un valore umano molto grande. L’Unione può rendere un buon servizio riguardo alla riconciliazione tra i popoli, riguardo alla guarigione di ferite storiche, riguardo al rafforzamento dei contatti umani diretti. Inoltre, il Trattato di Lisbona prevede un dialogo organizzato, strutturato, anche con le comunità religiose. Negli ultimi anni a Bruxelles i responsabili dell’Unione europea hanno invitato diversi personaggi, rappresentanti in qualche modo di diverse comunità religiose. Riguardo ai politici cattolici ci sono in diversi Paesi associazioni o forme di collaborazione tra politici che si riconoscono in questa matrice. In Ungheria una tale associazione è stata fondata qualche tempo fa, e coinvolge alcuni deputati e sindaci cattolici credenti che sono naturalmente una minoranza ma che si riconoscono in un’identità cattolica e si sentono più legati alla dottrina sociale della Chiesa”. Repubblica Ceca: sessione autunnale del CeecPraga ospita quest’anno la sessione autunnale del Comitato europeo per l’Educazione cattolica (Ceec). Il Congresso si svolge dal 6 al 9 ottobre e, secondo i rappresentanti del dipartimento delle scuole cattoliche della Conferenza episcopale ceca, è “una buona opportunità per presentare la scuola cattolica nella Repubblica Ceca e per uno scambio di esperienze a livello europeo”. Il Congresso, oltre ad un programma tematico speciale, prevede che i delegati vengano ricevuti dal presidente della Conferenza episcopale ceca, mons. Dominik Duka; quindi una visita al monastero di Strahov, che fa parte del patrimonio culturale e religioso ceco, sabato 8 ottobre. Il segretario generale del Ceec, Etienne Verhack, ha visitato Praga nel giugno 2009 e ha dedicato una speciale attenzione alla formazione spirituale dei direttori e degli insegnanti delle scuole cattoliche della Repubblica Ceca. Il Comitato europeo per l’Educazione cattolica è stato fondato nel 1974 e rappresenta attualmente circa 30.500 scuole per un totale di 7,5 milioni di alunni. Si tratta di un’associazione internazionale non a scopo di lucro con sede centrale a Bruxelles ed è uno strumento di cooperazione per 25 reti dell’istruzione cattolica europea. Inoltre, si occupa di promuovere l’educazione cattolica gratuita presso vari organismi europei.