ECUMENISMO
I monasteri e la sacra scrittura in un convegno a Bose (Italia)
Dalla Grecia alla Russia, dalla Serbia alla Bulgaria, dal Medio Oriente agli Stati Uniti: un confronto serrato sulla frequentazione e l’attualizzazione delle Sacre Scritture nelle comunità cristiane e monastiche del mondo ha animato il convegno internazionale di spiritualità ortodossa “La Parola di Dio nella vita spirituale”, che si è svolto nel monastero di Bose (Bi) nei giorni scorsi in collaborazione con i patriarcati di Mosca e Costantinopoli.La regola dell’ascolto. “Quando si dimentica che ci siamo ritirati dal mondo per ascoltare la Parola il monastero andrà in rovina perché non ritroverà più il senso di questa separazione dai fratelli”: ha spiegato così p. Cesare Falletti, priore del monastero Dominus tecum di Pra’d Mill (Cuneo – Italia), la centralità della Scrittura nella vita del monaco. “La regola di san Benedetto che vige in Occidente – ha ricordato Falletti – comincia con ‘ascolta’ e invita a spogliarsi dei preconcetti per ripartire ogni giorno di nuovo ascoltando la Parola nella liturgia e nella lectio divina”. “L’idea di ascoltare – ha sottolineato p. Christopher Savage, del monastero ortodosso di New Skete (Cambridge, Usa) – è anche nell’Oriente: attingiamo alla medesima tradizione”. La distinzione, secondo Savage, tra lectio divina come “occidentale” e preghiera del cuore “orientale” “non è convincente; identifico la lectio nel mio ascolto quotidiano della Parola”. Questo è, di conseguenza, “un modo per riunificarci ed è necessario approfondire gli studi biblici”. “I Padri della nostra tradizione – ha concluso Savage – ci guidano nell’interpretazione, ma noi dobbiamo far fronte alla Parola in ascolto dei nostri tempi”.Per il tempo di oggi. Molto dibattuto è stato il nodo della composizione tra lettura patristica delle Scritture e metodo storico critico. “Per la Chiesa ortodossa – ha affermato John Fotopoulos, docente presso il S. Mary’s College di Notre Dame (Indiana, Usa) – non è sufficiente ripetere semplicemente l’interpretazione dei Padri”. A proposito del “sospetto” delle accademie teologiche ortodosse verso il metodo storico critico nello studio della Bibbia, Fotopoulos ha denunciato il pericolo di un “fondamentalismo patristico”. Gli stessi Padri, infatti, “usavano metodi ermeneutici del loro tempo cercando di coinvolgere la propria gente”. “Come occidentali – ha aggiunto lo studioso – siamo abituati al pensiero critico e a fare domande su quanto leggiamo”. Questo vale “anche per i fedeli ortodossi che leggono la Bibbia per la propria edificazione spirituale, spesso su edizioni della Chiesa protestante perché tradotte nella propria lingua”. Questi fedeli, secondo Fotopoulos, “non possono essere lasciati senza serie riflessioni critiche sui testi biblici che spieghino il contesto, il genere letterario usato, le fonti”. Lungi dall’essere un motivo di timore, “il metodo storico-critico può favorire l’impegno dei fedeli nella conoscenza delle Scritture e l’applicazione di queste nella propria vita”. “L’obbligo dell’attenzione al testo – ha concluso Fotopoulos – è una sfida a tutte le idee preconcette” e aiuta “a non sostituire gli esegeti a Dio”.Un nuovo radicamento. “Il XXI secolo – ha affermato mons. Kliment, dell’eparchia di Krasnoslobodsk in Mordovia, nella Russia centrale – pone alla nostra Chiesa nuove sfide: la tradizione parzialmente rinasce ma ci sono tante cose da rifare per portare a tutti la Parola di Dio”. “La Mordovia – ha ricordato il vescovo – è conosciuta per le prigioni e i campi di lavoro forzato nel periodo sovietico: 21 in appena 60 chilometri quadrati dove hanno dato la vita molti nuovi martiri della Chiesa russa”. Recentemente il patriarca di Mosca e di tutta la Russia Kirill ha visitato questa e altre diocesi lontane “dove la Chiesa veniva distrutta e cancellata dalla memoria della gente”. “Non basta – ha affermato Kliment riportando le considerazioni del patriarca – la ricostruzione esteriore delle chiese e nemmeno la formazione di nuove generazioni di preti”. È necessario “un nuovo radicamento nella Parola per avvicinare Cristo alla gente, affinché la Bibbia non sia solo il libro nella chiesa ma nelle case e nelle coscienze”. Tra le molte decisioni del Sinodo a questo proposito “la creazione di uno studio di biblistica per tradurre la Bibbia nelle lingue delle minoranze presenti nella Chiesa russa”.Fonte zampillante. “Con fede, amore e intelligenza – ha affermato Sabino Chialà, monaco di Bose, tracciando le conclusioni del convegno – siamo invitati a leggere quella Scrittura paragonata a una ‘fonte zampillante'”. Non ci si accosta, cioè, ad essa “per esaurirla, rinchiudendola nelle nostre definizioni, ma per dissetarsi e poi tornare di nuovo a bere”. Un compito solo per addetti ai lavori? “Ecco la grande piaga dei nostri tempi – ha concluso Chialà -: credere che la lettura del Vangelo sia riservata solo ai religiosi e ai monaci, mentre sono quelli che vivono nel mondo, nel cuore della mischia, ad averne maggiore bisogno. Parola di san Giovanni Crisostomo, IV secolo”.