IEC 2012

Un lungo cammino

La Chiesa d’Irlanda e il Congresso eucaristico internazionale

Un muro in uno spazio spoglio e silenzioso dove “sono fiorite” centinaia di preghiere scritte su post-it colorati in tutte le lingue. Il 50° Congresso eucaristico internazionale (Iec 2012), che si è svolto a Dublino dal 10 al 17 giugno, sul tema “La comunione con Cristo e tra di noi”, è stato anche questo, almeno secondo il racconto che Colette Furlong, responsabile nazionale per la pastorale della Chiesa irlandese, fa a Simona Mengascini, inviata di Sir Europa a Dublino.Uno dei temi non ufficiali, ma sempre presente nei giorni del Congresso, è stato lo scandalo degli abusi, tanto che il card. Seán Brady, arcivescovo di Armagh e primate di tutta l’Irlanda, nell’omelia della messa del 14 giugno ha nuovamente chiesto “perdono”: questo cambierà l’atteggiamento critico dei fedeli e degli irlandesi in generale?”Credo che le parole del card. Brady abbiano avuto un forte impatto. Abbiamo compiuto un lungo cammino di riconciliazione, o almeno abbiamo camminato verso la riconciliazione. Sono molto cosciente che questo scandalo appartiene alla nostra storia e non andrà via. Abbiamo accettato che il nostro passato è quello che è, ma dobbiamo guardare anche al futuro. Come andiamo avanti a questo punto? Spero che le parole del card. Brady ci aiutino a trovare la direzione giusta”.Questo evento ha coinvolto veramente gli irlandesi? Che cammino di preparazione è stato fatto in questo anno di avvicinamento al Congresso? “Ho visto con i miei occhi che per gli abitanti di questo Paese il Congresso eucaristico è stato l’occasione per fare incontri di cui si sentiva il bisogno. La gente si radunava non per fare qualcosa di particolare, ma semplicemente per parlare: per molti è stata una scoperta. In questi appuntamenti si rifletteva sulla vita, su quello che è successo in questi ultimi anni come Chiesa, come società, ma anche si ritornava a parlare dei veri valori, di cosa è veramente importante per ogni persona. Si discuteva delle cose che contano, della famiglia, del lavoro ma anche ci s’interrogava su Dio e sulla sua presenza nella vita. È stato bellissimo perché noi cattolici, in Irlanda, per tanto tempo abbiamo accettato l’esistenza di Dio senza cercarlo”.Che bilancio traccia della partecipazione degli irlandesi al Congresso?”Non è poesia se dico che abbiamo incontrato una grande sete e una grande fame di Dio. Io sono rimasta stupita dal numero delle persone che erano alle catechesi e ai workshop, per ascoltare, imparare e parlare. L’anno scorso, quando avevo presentato il Congresso in molte diocesi, mi avevano risposto che questi incontri non erano interessanti, l’importante era rimettere al centro l’Eucaristia. Ma per imparare a vivere l’Eucaristia si deve andare dentro la concretezza della vita quotidiana”.Non le sembra che la processione eucaristica del 13 giugno abbia lasciato piuttosto fredda la città?”In questi ultimi trent’anni è successo che il cattolicesimo è diventato un po’ invisibile e pratiche come la processione, che ogni anno si faceva in parrocchia per il Corpus Domini, sono state progressivamente abbandonate. Adesso ci rendiamo conto che la vita cristiana non è privata, ma personale e quindi comunitaria. C’è un bisogno di radunarsi e testimoniare pubblicamente la presenza di Cristo tra di noi. Abbiamo un impegno nella società, non basta andare solo a messa. In Irlanda dobbiamo cercare un modo nuovo per vivere il cristianesimo, dobbiamo chiederci come essere Chiesa nella società di oggi, questa è la nostra sfida. Parlando con i sacerdoti, i vescovi e la gente ho visto che c’è un grande desiderio di riprendere il cammino e di andare avanti”.Al Congresso lei è stata responsabile dello spazio per la preghiera: cosa dire di questa esperienza?”Lo spazio per la preghiera era essenziale e semplice: al centro c’era un piccolo altare con l’Eucaristia e attorno c’erano le sedie. Era una disposizione voluta, che rifletteva il tema del Congresso, ‘la comunione con Cristo e tra di noi’, così la gente, mentre guardava Cristo, si guardava reciprocamente. Anche quando non c’era l’Eucaristia, ci sono state persone che sono entrate, si sono sedute e sono state lì in pace: è stato bellissimo. Nello stesso spazio avevamo predisposto un muro per la preghiera, su cui avevamo affisso dei pezzetti di carta, dopo la prima giornata erano già tutti scritti. Abbiamo allora deciso di mettere a disposizione dei post-it: un’ora dopo, tutto il muro era tappezzato di post-it colorati, scritti in tutte le lingue; l’ultimo giorno li abbiamo raccolti e presentati alla messa, come espressione di fede universale”.