UE E ABORTO NEI PVS
European Dignity Watch: domande di chiarimento alla Commissione
“Il budget Ue per gli aiuti allo sviluppo e la salute pubblica viene utilizzato per finanziare aborti nei Paesi in via di sviluppo? Ciò è imputabile a negligenza o viene fatto deliberatamente? Se fatto deliberatamente è legale? In caso di negligenza quali sono le conseguenze di questo uso improprio dei fondi europei e che cosa potrebbe essere fatto per prevenire tali abusi in futuro?”. Questi gli interrogativi sollevati da Sophia Kuby, direttore esecutivo di European Dignity Watch, che il 27 marzo ha presentato a Bruxelles, nell’ambito della “Week for life”, il nuovo rapporto dell’Osservatorio sul finanziamento dell’aborto attraverso il denaro dei contribuenti Ue. Rendere accessibile l’aborto. Secondo il documento “The funding of abortion through EU developmente aid. An Analysis of EU’s Sexual and Reproductive Health Policy” (Il finanziamento dell’aborto attraverso gli aiuti comunitari allo sviluppo. Un’analisi della politica Ue per la salute sessuale e riproduttiva), pur non essendo di competenza dell’Ue né trattandosi di azioni previste dal diritto comunitario, la Commissione europea collabora strettamente attraverso numerosi progetti con i due maggiori “fornitori” mondiali di aborto: International Planned Parenthood Federation e Marie Stopes International. Entrambe le organizzazioni, ma non sono le uniche sostenute da Bruxelles, sono note per considerare l’aborto come servizio di base correlato al concetto di “salute sessuale e riproduttiva” (Srh), termine ambiguo e soggetto a diverse interpretazioni, e la loro missione consiste proprio nel rendere “l’aborto, sia medico sia chirurgico”, accessibile su larga scala in tutto il mondo.Materia non di competenza Ue. Obiettivo dell’indagine di European Dignity Watch è documentare come Ippf e Msi abbiano ricevuto e continuino a ricevere finanziamenti dal budget dell’Unione europea per gli aiuti allo sviluppo e alla sanità pubblica; fondi destinati a progetti in materia di “salute sessuale e riproduttiva” ancorché, precisano gli estensori della ricerca riportando come riprova diverse dichiarazioni/affermazioni della Commissione e del Consiglio Ue, “il termine salute sessuale e riproduttiva come definito dall’Unione europea escluda esplicitamente l’aborto”. “Secondo i principi di attribuzione e di sussidiarietà – si legge ancora nel report -, in base alle dichiarazioni rese più volte dalla Commissione europea e alla necessità del consenso in seno al Consiglio in materia di politica estera, il sostegno all’aborto come parte della politica estera e la definizione dell’inizio della vita non sono di competenza” della stessa Commissione. I progetti. Eppure “le aggressive agende pro-aborto” di Ippf e Msi e “i progetti realizzati” sono finanziati dalla Commissione europea. Un esempio fra i tanti: secondo l’indagine, nel 2007 l’organizzazione Msi ha ricevuto circa 3,5 milioni di euro per i suoi progetti, e oltre 9 milioni per gli anni 2005 e 2009. “Una cifra minima – commentano i ricercatori -, in quanto tale importo è stato calcolato sulla base dei rapporti dell’organizzazione alla Commissione Ue”. Diversi i progetti finanziati dalle due principali organizzazioni pro-aborto con i fondi europei: in Bangladesh, Cambogia, Indonesia, Kenya, Sudafrica, Papua Nuova Guinea; Bolivia, Guatemala, Perù. Con un’aggravante: in alcuni casi, per eludere le legislazioni nazionali anti-aborto (ad esempio in Bangladesh, Indonesia e in taluni Paesi sudamericani) viene impiegato il termine di procedura volta alla “regolazione mestruale”. Quali politiche di sviluppo? Di fronte “agli interrogativi sollevati da Kuby al Parlamento europeo – informa una nota di European Dignity Watch – molti eurodeputati hanno offerto il proprio sostegno per ottenere risposte” dalla Commissione Ue e “interrompere questo finanziamento controverso e illegale in un settore su cui non c’è né competenza né consenso”. “Si tratta di un uso improprio dei soldi dei contribuenti e siamo determinati a ritenerne la Commissione europea responsabile”, ribadisce Kuby, secondo la quale la stessa Commissione “non può concedere sovvenzioni a organizzazioni che forniscono ‘servizi Srh se non è in grado di impedire che questi contributi servano a finanziare l’aborto”. Se questo è, “come sembra essere il caso, l’impiego dei finanziamenti Ue”, si legge ancora nel rapporto, la Commissione starebbe costringendo gli Stati membri a pagare per gli aborti”. Ma mentre vi è ampio consenso in tutta la società “sul dovere dell’Ue di fornire aiuti ai Paesi in via di sviluppo – chiarisce il direttore esecutivo di European Dignity Watch – non vi è consenso sul fatto che questo aiuto debba includere l’accesso e la fornitura dell’aborto”. Di qui la conclusione del report: “Si è tentati di chiedersi se nell’attuale situazione la politica di sviluppo dell’Unione europea sia ‘combattere i poveri’ piuttosto che “combattere la povertà”, o se gli aiuti allo sviluppo non debbano invece essere volti a garantire cibo, acqua potabile, salute e istruzione ai bambini in difficoltà, piuttosto che a ridurre il loro numero”.