UE E CRESCITA ECONOMICA
Sylvie Goulard, membro commissione Pe affari economici e monetari
“Il compito della politica non è quello di rincorrere i sondaggi; essa deve perseguire un progetto di medio e lungo periodo, nell’interesse generale, per poi infine risponderne agli elettori”. Sylvie Goulard, eurodeputata francese, ha alle spalle studi giuridici e politici, è una riconosciuta esperta di questioni economiche, è stata consigliere di Romano Prodi alla Commissione europea. Non disconosce le dinamiche della politica odierna, giocata fra tentativi di far fronte alle grandi trasformazioni globali e ricerca delle risposte immediate che pure sono richieste a chi governa un territorio, un Paese e persino l’Europa; eppure non si rassegna alle declamazioni di tanti leader. E, da europeista convinta, colloca l’azione politica nazionale in un quadro continentale e mondiale. Gianni Borsa l’ha incontrata a Strasburgo per Sir Europa.Come componente della commissione affari economici e monetari del Parlamento Ue lei si è occupata spesso della crisi in corso. Ritiene che gli interventi correttivi predisposti dai Paesi europei e dall’Unione siano stati tardivi, come sostengono varie voci?”Direi piuttosto che all’inizio della crisi non avevamo in Europa strumenti legislativi e finanziari adeguati a contenere le ricadute di quanto era avvenuto negli Stati Uniti. Gli Stati membri non avevano i conti pubblici in regola… Ogni governo del resto, vista la gravità della situazione, ha subito cercato di limitare i danni con un’azione entro i confini nazionali. Solo col tempo ci si è resi conto che occorreva una risposta comune e coesa alla sfida posta dalla crisi dei mercati finanziari e alla recessione. Si è infine intrapresa un’azione convincente per quanto riguarda il rigore: è stata varata una nuova legge ‘6 pack’ e anzi un trattato ‘fiscal compact’. Ora abbiamo delle regole, che devono però essere rispettate da tutti. E infine, negli ultimi mesi, si è giunti a parlare di crescita, che rappresenta la vera via d’uscita dalla crisi”.Del resto lei ha più volte sottolineato che le disfunzioni delle democrazie nazionali hanno aggravato la crisi avendo prodotto il disordine nei conti pubblici in numerosi Paesi; allo stesso tempo ha indicato la necessità di giungere a risposte europee, che però appaiono prive di una piena legittimazione democratica.”È vero. Ad alcune decisioni, come il ‘6 pack’, si è giunti dopo un ampio e trasparente confronto, con il decisivo apporto del Parlamento europeo; ma la maggior parte delle scelte, compreso il ‘fiscal compact’, sono scaturite dal Consiglio europeo, dove siedono i rappresentanti degli Stati, che lavora a porte chiuse. Credo si possa affermare che abbiamo trovato degli strumenti e delle regole per contrastare la crisi, ma non abbiamo fatto quegli attesi passi avanti sul piano della legittimazione democratica che imprimerebbero maggior forza all’azione complessiva dell’Europa”.Dunque secondo lei ci vuole, come si dice, “più Europa”? È ottimista in questo senso?”Più che ottimisti direi che occorre essere determinati. Per quanto riguarda l’unione economica e monetaria, per restare in argomento, siamo chiamati ad agire insieme, con decisioni incontrovertibili nell’ambito della difesa della moneta unica, della realizzazione del mercato interno, delle politiche occupazionali ed energetiche, per la riforma dei sistemi previdenziali… Fra l’altro è bene ricordare che le nostre economie sono interdipendenti e ciò che avviene in un Paese ha riflessi sugli altri. La crisi lo conferma pienamente. Ecco dunque l’urgenza di concertare le risposte, di accrescere la governance. Non si tratta, ovviamente, di rinunciare alle sovranità nazionali dei diversi Stati, quanto piuttosto di esercitarle insieme indirizzandola al bene di tutti”.Si parla spesso di liberalizzazioni e di flessibilità del mercato del lavoro allo scopo di rendere il sistema europeo più competitivo. Lei cosa ne pensa?”Anzitutto credo che occorrano investimenti. Nel campo della ricerca, della formazione, dell’energia. In linea di principio sono anche favorevole a provvedimenti intesi a conferire maggiore flessibilità ai settori economici, mercato del lavoro incluso. Però sono contraria al lavoro di domenica, salvo i servizi necessari, perché esso ha una ricaduta negativa sulla famiglia e dunque sull’intera società. Sono inoltre convinta che dobbiamo sentirci tutti impegnati a creare occupazione giovanile: una società che non assicura il lavoro ai propri giovani mette a repentaglio il proprio futuro”.Lei è francese: come procede la campagna per le imminenti elezioni presidenziali nel suo Paese?”Mi pare anzitutto che la campagna sia dominata dalle posizioni estreme. C’è un’atmosfera quasi sgradevole, non si discute dei grandi problemi e i candidati non spiegano la complessità delle sfide in atto. Ritengo che ogni discorso sia influenzato dai sondaggi più che dai progetti di ampio respiro. Ma se Robert Schuman avesse badato ai sondaggi non avrebbe avviato, nel dopoguerra, la riconciliazione con la Germania; e Kohl e Mitterrand non avrebbero favorito, vent’anni fa, la nascita della moneta unica. Inoltre vedo il dilagare dei populismi, che sono il cancro della politica. Dobbiamo tornare a pensare e ad agire in grande”.