PARLAMENTO UE

Non c’è chiarezza

Parità uomo-donna: elementi condivisibili e aspetti equivoci

La Giornata internazionale della donna, celebrata l’8 marzo, non va “in archivio” per l’Europarlamento. In apertura della sessione plenaria del 12-15 marzo verranno infatti discusse due relazioni, una delle quali particolarmente corposa, che comprende la proposta di risoluzione dell’Assemblea “sulla parità tra donne e uomini nell’Unione europea – 2011”. Si tratta di un documento molto articolato che, accanto a una serie di annotazioni rilevanti e centrate sulla tutela dei diritti delle donne, presenta anche vari aspetti problematci, a tratti equivoci, i quali dovrebbero forse mettere in moto un processo di riflessione culturale e valoriale, oltre che politica, coinvolgendo le opinioni pubbliche dei 27 Paesi aderenti.Persistenti disuguaglianze. La relatrice è l’eurodeputata Sophia in ‘t Veld la quale, nei “considerando” che costituiscono la prima parte del testo, rileva fra l’altro: “La parità tra uomini e donne è un principio fondamentale dell’Ue”, sancito nei trattati e l’Unione “si è data il compito specifico di integrare il principio di uguaglianza di genere in tutte le sue attività”, benché, “nonostante i graduali progressi in questo campo, persistono ancora molte disuguaglianze tra donne e uomini”. Seguono una serie di riflessioni legate, ad esempio, al fatto che la crisi economica in atto tende a peggiorare la situazione delle donne, minandone ulteriormente i diritti e le opportunità; le donne, a parità di lavoro, percepiscono – è stato ricordato più volte in occasione dell’8 marzo – uno stipendio sensibilmente più basso di quello dei colleghi maschi, e ciò influisce spesso anche sui livelli di protezione sociale, sanitaria e pensionistica; l’uguaglianza sostanziale tra i sessi richiede inoltre “una migliore rappresentanza politica delle donne”, dato che “negli ultimi anni la rappresentanza delle donne nei processi decisionali politici non ha registrato alcun miglioramento” e le donne impegnate in politica restano in forte minoranza rispetto agli uomini. Altre osservazioni riguardano la maggiore esposizione delle donne alla povertà e all’esclusione sociale, alle molteplici forme di violenza perpetrata nei loro confronti, con una vera e propria escalation delle forme di violenza domestica. Un altro gruppo di osservazioni affronta altri aspetti delle difficoltà che le donne sperimentano nelle società europee odierne: basti pensare alla difficoltà di conciliare la vita professionale e quella domestica (orari, mansioni, congedi di maternità…) nonché l’impegno lavorativo con la cura per i figli, anche a fronte di inadeguati o troppo costosi servizi quali gli asili per l’infanzia e le scuole materne. Un paragrafo a sé è dedicato alle molte donne in condizioni “a rischio” quali le donne disabili, quelle anziane, quelle appartenenti a minoranze etniche e soprattutto quelle “di etnia rom e le immigrate”: tutte queste “subiscono discriminazioni multiple e settoriali e sono più vulnerabili all’esclusione sociale, alla povertà e alle gravi violazioni dei diritti umani”. Il testo presenta quindi una serie di indicazioni sul versante della “pari indipendenza economica”, della “pari retribuzione” a eguale lavoro, della parità nei processi decisionali e politici, della “dignità, integrità e fine della violenza di genere”, nonché della parità tra donne e uomini quale principio cardine cui ispirare l’azione esterna, ovvero la politica estera, dell’Unione.Molti punti problematici. Sono invece molteplici i punti problematici della risoluzione, la quale, pur avendo un “peso specifico” relativamente limitato nel contesto dell’attività legislativa dell’Unione (occorre fra l’altro ricordare che l’Ue non ha competenza in materia di vita, famiglia e altri temi eticamente sensibili), è indicativa di una mentalità e di costumi che, appunto, meriterebbero qualche avvertita riflessione nella società civile (chiese e comunità religiose comprese), nel mondo politico e in quello culturale. Il testo intanto evoca la “salute e i diritti sessuali e riproduttivi” sui quali si registrano interpretazioni differenti. Vi si afferma poi, in un altro punto, che “le famiglie nell’Ue sono diverse e comprendono genitori coniugati, non coniugati e in coppia stabile, genitori di sesso diverso e dello stesso sesso, genitori singoli e genitori adottivi che meritano eguale protezione nell’ambito della legislazione nazionale e dell’Unione europea”: appare qui evidente una mancanza di chiarezza nella definizione del concetto, giuridico oltre che politico, di “famiglia”. Poco più avanti la Commissione e gli Stati membri sono invitati “a elaborare proposte per il riconoscimento reciproco delle unioni civili e delle famiglie omosessuali a livello europeo tra i Paesi in cui già vige una legislazione in materia, al fine di garantire un trattamento equo per quanto concerne il lavoro, la libera circolazione, l’imposizione fiscale e la previdenza sociale, la protezione dei redditi dei nuclei familiari e la tutela dei bambini”. Non a caso la risoluzione proposta – che, dopo aver diviso la commissione parlamentare competente, dovrà passare al vaglio dell’emiciclo, dove non mancheranno le proposte di emendamenti – “si rammarica dell’adozione da parte di alcuni Stati membri di definizioni restrittive di famiglia con lo scopo di negare la tutela giuridica alle coppie dello stesso sesso e ai loro figli”. Gli esempi potrebbero proseguire con citazioni altrettanto preoccupanti quando si affronta la “tutela” dell'”aborto sicuro e legale” o la lotta all’Hiv/Aids.