BOSNIA-ERZEGOVINA
Intervista con mons. Franjo Komarica, presidente della Conferenza episcopale
La comunità cattolica della Bosnia ed Erzegovina rischia da qui a pochi anni di scomparire e, se il calo demografico dovesse continuare senza che nessuno faccia nulla, “potremo presto individuare chi sarà l’ultimo cattolico rimasto. La situazione è drammatica”. A lanciare con toni accesi l’allarme è mons. Franjo Komarica, presidente della Conferenza episcopale di Bosnia-Erzegovina. A margine dell’incontro dei vescovi presidenti delle Conferenze episcopali del Sud-Est Europa a Strasburgo (5-7 marzo), mons. Komarica, intervistato da Maria Chiara Biagioni, per Sir Europa, esprime la sua gratitudine al Papa perché dopo la pubblicazione su “L’Osservatore Romano” della lettera inviata tramite il segretario di Stato, card. Tarcisio Bertone, ai vescovi bosniaci sui “dati allarmanti” del calo demografico dei cattolici in Bosnia, la situazione è finalmente uscita allo scoperto. Mons. Komarica illustra i numeri nel dettaglio; sono contenuti in una lettera pastorale che i vescovi hanno inviato ai loro fedeli lo scorso dicembre: durante la guerra del 1991-1995 la Chiesa cattolica di Bosnia-Erzegovina ha subito pesanti danni. Prima della guerra i cattolici erano 800 mila, oggi raggiungono quota 440 mila, praticamente la metà. La situazione peggiore si registra nella diocesi di Banja Luka dove nel giro di 12 anni, dal 1999 al 2011, i cattolici sono passati da 52.711 a 35.924. Anche il danno agli edifici di proprietà della Chiesa è “enorme”: sono circa 1.000 gli edifici completamente, pesantemente e parzialmente danneggiati. Ma ciò che più preoccupa l’episcopato è il calo demografico della popolazione cattolica che si è particolarmente acuito negli ultimi due decenni: secondo i dati ufficiali delle diocesi di Bosnia-Erzegovina, oggi i cattolici presenti nel Paese sono 441.432, e rappresentano l’11,5% di una popolazione di 3.843.000 cittadini. Allarmante è soprattutto il crollo delle nascite: nel 2010, in tutte le parrocchie di Bosnia-Erzegovina, si sono registrati 1.410 funerali in più rispetto ai battesimi. Se nel 1996, il numero dei battesimi (6.739) era superiore al numeri dei funerali (5.272), nel 2010 il dato si è rovesciato: ci sono stati 6.136 morti a fronte di 4.726 nascite. Mons. Komarica, quali sono le cause che hanno portato un calo demografico dei cattolici così allarmante?”Dopo la guerra, la gente che era stata obbligata a lasciare il Paese, non ha più potuto fare ritorno in patria anche perché non è stata supportata dallo Stato che ha fatto molto poco perché ci fossero le condizioni per un rimpatrio dei cittadini in Bosnia. E ciò ha contribuito moltissimo ad abbassare il numero dei cattolici, calo che sta continuando ancora”. E oggi perché i cattolici diminuiscono?”La comunità cattolica della Bosnia-Erzegovina è oggi per lo più costituita da persone anziane che muoiono. Ci sono tra la nostra gente più morti che nascite. È una popolazione in lento invecchiamento. D’altra parte, i giovani che sono rimasti non trovano lavoro, non riescono a sposarsi, non hanno le possibilità economiche per costruire una famiglia e allora anche loro partono”. Cosa fa la Chiesa per far fronte a questa situazione?”La Caritas, per esempio, fa di tutto perché la gente possa restare, sposarsi, mandare i figli a scuola, far nascere i bambini ma non c’è la volontà politica. La volontà perché le persone emigrate possano tornare e perché i giovani rimasti non partano”.Che cosa può fare la comunità internazionale?”Credo che la comunità internazionale possa diventare protagonista perché la situazione migliori, perché la gente possa ritornare in patria e trovare uno Stato di diritto, il diritto di vivere come si viveva prima della guerra e, cioè, il diritto di restare, lavorare, nascere. Le istituzioni politiche locali sono in questo senso inattive, non agiscono, possono sicuramente fare di più. Chiedo allora alla comunità internazionale perché faccia pressione su di loro. Gli appelli sono stati lanciati più volte e, in aprile, sono in programma una serie di conferenze su questo problema nei 4 Paesi coinvolti: Montenegro, Bosnia, Serbia e Croazia”.