EDITORIALE

Capire e aprirsi

Scambio di doni tra Europa-Africa

L’anno scorso, nel nostro pensiero sull’Africa, l’attenzione verteva sul nord del continente, con la cosiddetta Primavera Araba.Ma nel frattempo, in altre parti del continente, accadevano molte cose importanti. Nel Corno d’Africa, con la crisi dovuta alla siccità nella regione e l’instabilità politica in Somalia, abbiamo visto un enorme spostamento di persone in fuga dalla carestia. Il Paese vicino, il Sudan meridionale, appariva sulle carte come uno stato indipendente. In tempi precedenti, l’Unione europea, unitamente ad altri partner internazionali, dava garanzie sul carattere pacifico del processo di separazione. Abbiamo avuto le elezioni presidenziali in Congo e tentativi di provocare guerre religiose in Nigeria. Non dobbiamo poi dimenticare il rischio di una nuova colonizzazione del continente africano da parte della Cina, la presenza di aziende internazionali che sfruttano le materie prime, e così via. Tutte queste questioni sono state rilevanti per la politica estera dell’Unione europea?Non vorrei discutere la questione dal punto di vista del Servizio europeo per l’azione esterna, ma piuttosto da una prospettiva più generale e più ecclesiastica. Qual è la percezione generale del continente africano da parte degli europei? Consideriamo gli africani nostri fratelli nella dignità umana o piuttosto un “problema migratorio”? Con il Sinodo per l’Africa, con l’esortazione Post-sinodale “Africae munus”, con l’incontro tra i vescovi africani e i vescovi europei, come il più recente che si è tenuto a Roma dal 13 al 17 febbraio 2012, possiamo dire che, almeno all’interno della Chiesa, c’è il tentativo di capire la sfida e di aprire i cuori a coloro che sono nel bisogno. Ma è ancora toccante sentire un cardinale che dice: “Con la pelle di questo colore, cosa possiamo fare?”Nel suo discorso ai vescovi europei e africani del 16 febbraio, Papa Benedetto XVI ha sottolineato la necessità di stabilire relazioni sullo stile di uno “scambio di doni”. Il Nord del mondo è assai più ricco del Sud, in termini materiali, e le crisi del primo mettono a rischio il buon livello di vita del secondo – si tratta del rischio della fame. Ma le crisi ci ricordano anche che non serve soltanto avere beni materiali per avere una “vita ricca di soddisfazioni”. Con questi beni, non si ha la garanzia di una condizione migliore per noi europei. L’indifferenza religiosa, la debolezza della religiosità che non è capace di confrontarsi con la questione della verità e con la coerenza della vita sono diffuse in Europa e in alcune parti dell’ Africa. Ma – come è stato sottolineato dal Papa – assai più in Europa che in Africa si sente il peso dell’ambiente secolarizzato e talvolta ostile alla fede cristiana. Qui, l’Africa è piuttosto vittima di pressioni ideologiche provenienti da alcuni Paesi occidentali. Ogni tanto si sente un vescovo africano che si lamenta dello sfruttamento del suolo e del sottosuolo, che la promozione dell’aborto e della sterilizzazione sia posta come condizione essenziale per gli aiuti finanziari, che gli attacchi al matrimonio e alla vita familiare siano difesi dai vescovi dello Zambia di tutte le confessioni cristiane contro le politiche degli Stati uniti e del Regno unito. Queste lamentele sollevano la questione: in quale misura i nostri aiuti allo sviluppo distruggono le culture e i valori tradizionali delle società africane? Ma, come sottolineato da alcuni vescovi africani durante la conferenza di Roma, ciò non significa che non desiderino ricevere aiuti finanziari dal Nord. Semplicemente, preferirebbero che questi aiuti fossero più una risposta alle reali necessità degli africani che l’espressione di una dubbia ideologia.Ma, a proposito dello “scambio di doni”, non dobbiamo dimenticare che questo povero continente condivide con noi quello che è il suo bene più prezioso – la sua fede cristiana, mandando nel continente più secolarizzato del mondo non soltanto migranti privi di competenze, ma anche missionari. Nella “Africae munus”, Papa Benedetto XVI ha chiamato questo continente un “‘polmone’ spirituale per un’umanità che appare in crisi di fede e di speranza” (13). Ciò di cui l’Africa ha davvero bisogno più di ogni altra cosa “non è né l’oro né l’argento – sottolinea il Papa – ma essa desidera alzarsi in piedi come l’uomo della piscina di Betzatà; desidera aver fiducia in se stessa, nella sua dignità di popolo amato dal suo Dio” (149). Questa richiesta di dignità e collaborazione nelle relazioni tra i nostri continenti è stata particolarmente ricorrente nei numerosi contributi dei vescovi africani in occasione della conferenza di Roma.