EDITORIALE

La logica di Penelope?

Ue: rimandare le scelte non aiuta la crescita

A volte l’integrazione europea sembra procedere con la logica di Penelope, la quale, nell’attesa del ritorno del marito Ulisse, di giorno tesseva e di notte disfaceva la sua tela. Me se il personaggio della mitologia greca aveva delle buone ragioni per agire così, ciò non vale per l’Europa di oggi, che deve confrontarsi con una crisi piombatale addosso quattro anni or sono, con pesanti ricadute sui bilanci nazionali, sulle banche e le imprese, sul lavoro e sulle famiglie, ponendo a rischio non solo lo sviluppo economico ma anche l’intero modello sociale europeo. Le reazioni a livello comunitario non sono state forse immediate e non sempre efficaci, ma ora occorre riconoscere che almeno sul piano della stabilità finanziaria si sta intraprendendo la via giusta: ne sono strumenti il trattato “fiscal compact”, i fondi salva-Stati (temporaneo e permanente), il “semestre europeo”, il “six pack” e vari altri provvedimenti assunti o almeno prefigurati che ora devono essere applicati nella realtà.Eppure l’Ue nel suo insieme (istituzioni comunitarie, Stati membri, parti sociali, cittadini) ha anche compreso che il rigore dei conti pubblici, pur essendo una precondizione necessaria per il risanamento e il rilancio economico, da sé non basta a far ripartire l’attività produttiva, il lavoro, la fiducia, i redditi e i consumi. La parola d’ordine con la quale tutti, ma proprio tutti, i protagonisti del Consiglio europeo dell’1 e 2 marzo sono giunti a Bruxelles era infatti: il rigore non basta, bisogna sostenere la crescita.Detto questo, sembra quasi che a ogni summit dei Ventisette si debba ripartire daccapo, proprio come Penelope. Come fare per rilanciare la crescita? – era la domanda diffusa alla vigilia e nel corso della due-giorni dei capi di Stato e di governo. Quasi dimenticando che gli Stati membri non più di un mese prima, esattamente al Consiglio straordinario del 30 gennaio, avevano firmato (salvo la Svezia, per motivi di ordine parlamentare) una dichiarazione dal titolo eloquente: “Verso un risanamento favorevole alla crescita e una crescita favorevole alla creazione di posti di lavoro”. Tale documento indicava precisi impegni da parte dei governi firmatari, al fine di perseguire tre obiettivi principali: accrescere l’occupazione giovanile, sostenere le piccole e medie imprese, completare il mercato unico. Nel documento figuravano quindi numerose indicazioni prioritarie e “concrete” per raggiungere i risultati auspicati. Un secondo testo benedetto dalla ufficialità di un Consiglio europeo, sulla strada della crescita, del lavoro e dell’equità sociale, riguarda la Strategia Europa 2020 “per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”, stesa e controfirmata dagli Stati dell’Unione nel 2010, con una prospettiva di medio periodo e orientata questa volta a cinque ambiziose mete da raggiungere in un decennio: “il 75% delle persone di età compresa tra 20 e 64 anni deve avere un lavoro”; “il 3% del Pil dell’Unione deve essere investito in ricerca e sviluppo”; “i traguardi 20-20-20 in materia di clima ed energia” (efficienza, risparmio energetico, ricorso alle fonti alternative) “devono essere raggiunti”; “il tasso di abbandono scolastico deve essere inferiore al 10% e almeno il 40% dei giovani deve essere laureato”; “20 milioni di persone in meno devono essere a rischio di povertà”. Tanti verbi all’imperativo, e obiettivi – si legge sempre nella Strategia – “connessi tra di loro e fondamentali per il nostro successo globale”. Seguiva una intelligente, peraltro ovvia, precisazione, legata al fatto che ciascuno Stato membro dovesse adattare Europa 2020 “alla sua situazione specifica”, traducendo gli obiettivi comuni in specifici “percorsi nazionali”. Ecco allora che la strada dell’Unione verso la crescita, il lavoro e la giustizia sociale appare già tracciata: si tratta – pur tra le mille comprensibili difficoltà del momento, legate soprattutto alla scarsità di risorse da investire – di trasformare gli impegni scritti in decisioni che vadano a incidere sulla realtà. Perché la meta di Penelope era quella di rimandare all’infinito l’ultimazione della sua tela; per l’Unione europea, invece, nessun rimando o indecisione sarebbero giustificati.