EUROMED
“Primavera araba” ed Europa: l’analisi di tre intellettuali
L’Europa “sta subendo una crisi gravissima, che si accompagna a una questione identitaria non risolta”. Come si può dunque pretendere di occuparsi del mondo arabo “e delle trasformazioni che lo stanno attraversando”, se nel “vecchio continente” ci sono problemi di “riconoscibilità interna”? Khaled Fouad Allam, sociologo algerino, è un esperto islamista. Riflettendo su quanto sta accadendo sulle sponde meridionali e orientali del Mediterraneo chiama in causa l’Europa nel suo complesso. Nuove frontiere simboliche. “Quanto abbiamo visto succedere in Tunisia, Libia, Egitto”, e quanto potrebbe mostrarsi in altri Paesi, come la Siria, “assomiglia per certi aspetti al dopo-Muro di Berlino”. Le rivoluzioni politiche, pacifiche o meno, le trasformazioni istituzionali, le nuove dinamiche sociali e partecipative innescate dalla “primavera araba” ricalcano in parte quanto registrato in Polonia, Ungheria o Romania più di venti anni fa. “Non solo”, spiega Allam, che lo scorso fine settimana si è trovato a Roma assieme ad altri studiosi per riflettere su Europa e Mediterraneo: “Dopo l’89 è finito un paradigma storico, per cui l’Europa si prolungava verso l’universo-mondo” e se ne riteneva il baricentro. “Siamo semmai passati dall’universalismo” dell’Europa occidentale, “alla alterità”. L’Europa, e l’Ue come soggetto creato dal processo di integrazione continentale, è uno dei soggetti presenti sulla scena internazionale; uno, non il solo, forse nemmeno il più importante dei protagonisti dell’attuale vicenda mediterranea. Queste novità si inseriscono in un ulteriore contesto, quello del dopo-Torri gemelle, un decennio in cui si è consolidata “una visione etnica del mondo e una etnicizzazione dei processi politici, economici e sociali”. Lo “scontro di civiltà”, il riemergere dei nazionalismi, la paura dello straniero e del migrante, la mancata conoscenza del mondo musulmano (che, a detta del sociologo, è articolato al suo interno e in fase di mutamento) hanno prodotto la nascita di nuove frontiere simboliche, culturali, religiose: il mondo occidentale e l’Europa temono l’islam, lo guardano con sospetto, pur senza conoscerlo a fondo, afferma Allam. Avvicinare le due sponde. “Le frontiere simboliche si sono frapposte aggiunge Allam – alle due sponde del mediterraneo”. Questo non ha impedito che le piazze di Tunisi o del Cairo si riempissero di giovani, non ha fatto tacere i social network, non ha impedito la caduta di Gheddafi. “Oggi però si riscontra un vuoto politico”, segnala lo studioso: all’interno dei Paesi in trasformazione la democrazia fatica ad assestarsi, e “per questo occorrono formazione, studio”, scambi di conoscenze di esperienze di vari Paesi; e poi si registra una “assenza di una grammatica delle relazioni internazionali”, senza le quali è difficile stabilire relazioni buone e pacifiche, indirizzate allo sviluppo reciproco, tra i diversi Stati che si affacciano sul Mediterraneo. Una sottolineatura particolare di Allam riguarda la chiesa cattolica: a suo avviso essa, da lungo tempo presente e attiva anche nei Paesi arabi, “conosce queste tradizioni, comprende quanto avviene nel mondo islamico”, può essere un soggetto-ponte tra oriente e occidente. Lo stesso studioso punta infine l’indice sul processo euromediterraneo, che il presidente francese Sarkozy avrebbe voluto rilanciare nel 2008 al momento di assumere la presidenza di turno dell’Unione europea. Tale iniziativa per Allam non ha inciso nelle relazioni tra Europa e Paesi mediterranei. Per Allam occorre dunque “una visione politica euromediterranea, con la costruzione di uno spazio di interazione” tra Stati, popoli, economie, culture “che vivono in questa regione”. Fedi e culture. “È il ritiro dei cristiani dalla vita politica” in Egitto “che ne sta mettendo in pericolo il futuro”. “E l’Oriente non avrà un vero progresso senza la partecipazione positiva e costruttiva da parte di tutti i suoi popoli, cristiani compresi”. Padre Rafic Greiche, portavoce della chiesa cattolica in Egitto, segnala taluni aspetti del rapporto Europa-Mediterraneo. La sua lettura della realtà egiziana mette in guardia dal crescente e “preponderante peso politico che stanno assumendo i musulmani al Cairo”, così come a Tunisi, a Tripoli o in Marocco. Aggiunge: “Sappiamo però che anche gli islamisti hanno progetti per i loro Paesi, e così accade in Egitto. Anche loro hanno voglia di superare l’arretratezza. Dunque è tempo di lavorare insieme contro povertà, analfabetismo, malattie, battendosi per la giustizia e la libertà delle donne”. Il presidente dell’Università euro-mediterranea Emuni di Portorose (Slovenia), Joseph Mifsud, riferendosi alla “primavera araba” e al rapporto tra Ue, Paesi africani e mediorientali, critica fortemente le politiche di diversi Paesi europei, che “fino al giorno prima delle rivolte” hanno intrattenuto rapporti diplomatici ed economici vantaggiosi con i regimi dittatoriali dell’area. Del resto l’Ue può favorire la democrazia e lo sviluppo in queste nazioni mediante aiuti finalizzati “alla crescita economica e all’occupazione”, moltiplicando gli scambi commerciali, ma soprattutto sostenendo la cultura e la “formazione dei giovani”, vera garanzia sul versante della partecipazione democratica e del consolidamento dello Stato di diritto.