UNIONE EUROPEA
Difendere e valorizzare la diversità di vocabolari e alfabeti
L’Europa “babele” dell’incomprensione linguistica oppure l’Ue della valorizzazione delle diversità culturali, compresa quella dei vocabolari e degli alfabeti? Sono quesiti che ritornano ciclicamente nella storia dell’integrazione comunitaria, sin da quando, all’inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso, i sei Paesi fondatori della Comunità dovettero decidere le modalità per comprendersi al fine di lavorare insieme sulla via dell’unità.Prossimi appuntamenti. Da allora è lunga la strada compiuta e attualmente nell’Unione con 27 Stati il multilinguismo è tutelato e concretamente promosso. La prossima settimana ha in calendario alcune iniziative che richiamano proprio questo aspetto della costruzione comunitaria. Il 30 e 31 gennaio una tavola rotonda promossa a Bruxelles dalla Commissione farà il punto sul Celan, programma varato giusto un anno fa e cofinanziato dall’Ue nel campo del rafforzamento della conoscenza e uso delle lingue per favorire il lavoro e la competitività delle imprese. Sempre il 30 gennaio, nella capitale belga, verrà sottolineata la ricorrenza dei 25 anni del programma Erasmus per la formazione oltre confine, che si basa anche sulle conoscenze linguistiche (dal 1987 a oggi tre milioni di studenti e insegnanti hanno potuto approfondire gli studi in un altro Paese grazie agli assegni concessi con tale programma). Dall’1 al 4 febbraio la Commissione partecipa a Parigi alla trentesima edizione di Expolangues, dove i visitatori troveranno informazioni, conferenze, stand e attività varie su dove e come studiare e praticare le lingue in Europa.Tre principi fondamentali. In realtà il multilinguismo, oltre che un valore in sé e per sé, è anche una fonte di problemi da gestire nelle sedi Ue. Per garantire la traduzione dei documenti (svariati milioni di pagine l’anno) e l’interpretariato durante le riunioni Ue (migliaia e migliaia di ore fra sedute parlamentari, riunioni di Commissione e Consiglio, dibattiti, conferenze, meeting di lavoro…), il bilancio dell’Unione destina circa l’1% delle risorse complessive, così da retribuire un esercito di esperti. Di tanto in tanto si aprono anche vere e proprie diatribe sul riconoscimento delle lingue ufficiali e di quelle “di lavoro” (inglese, francese, tedesco). È capitato di recente per quanto riguarda ad esempio il “brevetto europeo”. Al multilinguismo è dedicato un “quadro strategico” del 2005, accompagnato da un “piano d’azione”. Sono seguiti vari altri documenti e progetti e interventi della Commissione, indirizzati su tre principi fondamentali: ovvero l’Ue intende “garantire ai cittadini l’accesso alla legislazione, alle procedure e alle informazioni nella loro lingua”; si impegna a “sottolineare l’importante ruolo svolto dalle lingue nell’economia europea”; incoraggia “tutti i cittadini a imparare e parlare più lingue”. Gli Stati sono invitati a stabilire piani nazionali per promuovere il multilinguismo.La situazione attuale. L’Unione europea ha 23 lingue ufficiali (con tre differenti alfabeti, ossia latino, greco e cirillico): bulgaro, ceco, danese, estone, finlandese, francese, greco, inglese, irlandese (gaelico), italiano, lettone, lituano, maltese, olandese, polacco, portoghese, rumeno, slovacco, sloveno, spagnolo, svedese, tedesco e ungherese. Il primo regolamento comunitario che stabilisce quali sono le lingue ufficiali e di lavoro è del 1958 e indica l’olandese, il francese, il tedesco e l’italiano, parlati negli Stati membri dell’epoca. Il riconoscimento dello status di “lingua ufficiale” consente di spedire documenti alle istituzioni Ue e ricevere risposta in una qualunque di tali lingue; inoltre i regolamenti e gli altri atti normativi varati in sede comunitaria vengono pubblicati in tutte le lingue ufficiali sulla Gazzetta ufficiale Ue. “Per motivi di tempo e di risorse finanziarie – puntualizza la Commissione -, è invece limitato il numero dei documenti di lavoro tradotti in tutte le lingue”. Per questa ragione solo inglese, francese e tedesco sono state adottate dall’Esecutivo come “lingue procedurali”, utilizzate dunque all’interno delle sedi Ue.Qualche curiosità. È la stessa Commissione a riconoscere però che “sul territorio dell’Ue vivono più di 60 comunità che parlano lingue autoctone regionali o minoritarie e sono ben 40 milioni le persone che parlano tali lingue”. Tra le forme di espressione “minoritarie” spicca il catalano, con 7 milioni di locutori presenti soprattutto in Spagna, ma anche in Francia e nella città di Alghero, in Sardegna (Italia). Tra le curiosità figura il “saami”, parlato dalla popolazione indigena delle parti settentrionali di Finlandia, Svezia e Norvegia. Un’altra curiosità è rappresentata dalle lingue che superano i confini nazionali: è il caso del tedesco (diffuso in Germania, Austria e in altri Paesi, in ristrette aree geografiche, come ad esempio Belgio, Francia, Danimarca, Italia). Ci sono poi le lingue a rischio di estinzione, come il gaelico, il bretone e quelle utilizzate da piccole comunità come l’yiddish e le lingue di sinti e rom.