CONSIGLIO D'EUROPA
La Corte europea in un momento di crisi e di ritorno degli estremismi
“Nell’interesse degli 800 milioni di persone soggette alla sua giurisdizione, è necessario riformare la Corte” di Strasburgo “affinché possa assolvere la sua missione principale”. Lo ha detto il 25 gennaio il Primo ministro britannico, David Cameron, intervenuto alla terza giornata della sessione invernale dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (Apce) in corso fino al 27 gennaio nella capitale alsaziana. “I 47 Stati membri – ha proseguito il premier britannico – convengono su questo punto e molto è stato fatto in tal senso. Ora vorremmo avvalerci della nostra presidenza (del Comitato dei ministri, ndr) per agevolare lo stato di avanzamento dei lavori. È il momento adatto per introdurre nuove riforme, concrete, razionali ed in grado di valorizzare la reputazione della Corte”.Unità e impegno. Considerando le sfide che l’Europa sta affrontando “è essenziale rimanere uniti e impegnati”, ha detto Jean-Claude Mignon, neopresidente dell’Assemblea, rivolgendosi a Cameron. “L’Europa si trova ad affrontare nuove sfide: la crisi economica e finanziaria e il suo impatto sulla zona euro, la crisi della democrazia rappresentativa e il crescente ruolo di Internet e dei social network in politica, l’aumento dell’intolleranza e dell’estremismo, e i rivoluzionari cambiamenti nel nostro ‘vicinato'”. Di qui il richiamo di Mignon all’impegno e all’unità. Nel suo ultimo discorso dinanzi all’Assemblea in veste di presidente della Finlandia, sempre il 25 gennaio, Tarja Halonen ha annunciato lo svolgimento il 9 e 10 febbraio a Helsinki di una riunione dei presidenti europei – il cosiddetto “Arraiolos Group” – volta a combattere il razzismo, e ha invitato il segretario generale CdE, Thorbjorn Jagland, a prendervi parte. In merito alla riforma attuale della Corte europea dei diritti dell’uomo, Halonen ha sottolineato che i governi devono sorvegliare regolarmente la situazione nel loro Paese poiché “spetta anzitutto agli Stati membri assicurare che i tribunali nazionali svolgano il compito primario di garantire la tutela dei diritti umani”.“Spazio europeo comune” dei diritti umani. Il 25 gennaio alcuni rappresentanti dell’Apce (47 Stati membri) e del Parlamento europeo hanno esortato i governi nazionali, in particolare Regno Unito e Francia, a non ostacolare la firma della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu) da parte dell’Unione europea. “L’adesione dell’Unione europea alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo colmerà una lacuna nella tutela europea dei diritti umani poiché, per la prima volta, la legislazione e le azioni” della stessa Ue “saranno oggetto del medesimo rigoroso esame esterno cui sono sottoposti i 47 Paesi d’Europa, tra i quali figurano gli Stati membri Ue”, affermano in una dichiarazione congiunta Kerstin Lundgren (Svezia, Adle), rapporteur Apce sull’impatto del Trattato di Lisbona sul Consiglio d’Europa, e la parlamentare europea Barbara Lochbihler, presidente della Sottocommissione per i diritti umani dell’Europarlamento. “Il Trattato di Lisbona – prosegue la dichiarazione – ha ampliato in maniera considerevole la portata dell’azione” dell’Ue “in ambiti che riguardano direttamente o indirettamente i diritti umani. Insieme a questa maggiore competenza, è corretto che vi sia altresì un’accresciuta responsabilità”. Secondo i parlamentari l’adesione dell’Unione europea alla Convenzione è inoltre indispensabile per “garantire pienamente la coerenza dei lavori delle Corti di Strasburgo e Lussemburgo” ed è pertanto una “prima tappa fondamentale verso la costituzione di uno ‘spazio europeo comune’ dei diritti umani”. Esprimendo preoccupazione “nel constatare che il Regno Unito e, in misura minore, la Francia tentano al momento di deviare, attraverso obiezioni politiche, il processo di adesione”, i due parlamentari affermano che “quest’ultimo costituisce un obbligo giuridico per l’Ue in virtù del Trattato di Lisbona”, e non può essere interrotto “poiché il fallimento di una piena incorporazione dell’Ue potrebbe indebolire l’attuale sistema di protezione dei diritti umani istituito dal Consiglio d’Europa negli ultimi 60 anni, e invidiatoci dal mondo intero”. I negoziati sono stati avviati nel giugno 2010. “È necessario – conclude la dichiarazione – che i 27 Stati membri Ue assumano un impegno politico chiaro e inequivocabile”. Nuovo commissario per i diritti umani. Il 24 gennaio è stato nominato il nuovo (e terzo) commissario per i diritti dell’uomo dell’organismo di Strasburgo. Si tratta del lettone Nils Muinieks, eletto a maggioranza assoluta dall’Assemblea parlamentare con 120 voti su 239 così da essere proclamato al primo scrutinio superando gli altri due concorrenti: l’olandese Frans Timmerman (92 voti) e il belga Pierre-Yves Monette (27 voti). Il neocommissario succederà allo svedese Thomas Hammarberg dal 1°aprile 2012 e rimarrà in carica per un mandato di sei anni non rinnovabile. Dal 2005 membro dell’Ecri, Commissione CdE che combatte il razzismo e l’intolleranza, Muinieks è attualmente direttore dell’Istituto di ricerche politiche della facoltà di Scienze sociali all’Università di Riga.