ECONOMIA SOCIALE

Un buon modello per l’Ue

Un docente di economia dell’integrazione europea sul documento Comece

“Nel rapporto tra uomini e cose, siamo troppo spostati verso le cose”. Carlo Altomonte: inizia così a rispondere a Gianni Borsa (SIR Europa) in un’intervista su crisi economica, stabilità dell’euro e futuro dell’integrazione Ue, a partire dalla lettura del documento “Una comunità europea di solidarietà e responsabilità”, presentato di recente dalla Comece, la Commissione degli episcopati della Comunità europea (www.comece.org). Altomonte insegna Economia dell’integrazione europea all’Università Bocconi di Milano; ha studiato anche all’Università cattolica di Lovanio prima di collaborare con la commissione affari monetari del Parlamento Ue e con le Nazioni unite. Da alcuni mesi è consulente della Banca centrale europea.Professore, una domanda prima di addentrarci nel documento della Comece: a che punto siamo con la crisi? “Le inefficaci o incomplete risposte che sono state decise negli anni scorsi a livello comunitario rispetto alla grave crisi economica e finanziaria hanno creato seri interrogativi sul futuro della moneta unica, sul quale grava in particolare il problema dei debiti pubblici nazionali. A partire però dal Consiglio europeo dell’8 e 9 dicembre scorsi, sembra si sia intrapresa la strada giusta. Questa prevede due interventi prioritari. Anzitutto si sta scrivendo il nuovo trattato intergovernativo inteso a blindare la disciplina di bilancio dei Paesi aderenti. È il fiscal compact. Tale risposta è peraltro insufficiente da sé e le agenzie di rating lo hanno sottolineato a modo loro con l’ultimo downgrade. In secondo luogo serve un fondo salva-Stati permanente, che è stato denominato European Stability Mechanism (Esm, ben diverso dal fondo in funzione attualmente, European Financial Stability Facility, Efsf), il quale dovrebbe diventare una sorta di fondo monetario europeo, in grado di interagire con la Banca centrale di Francoforte. La sua dotazione dovrebbe essere di 500 miliardi di euro e dovrebbe concorrere a risolvere i problemi di fiducia dei mercati rispetto all’Eurozona . Il Consiglio europeo del 30 gennaio dovrebbe dare delle risposte in tali direzioni. Comunque la road-map tracciata è credibile”.E per quanto riguarda l’economia reale quali prospettive intravvede? “Miglioramenti significativi non sono previsti per la prima metà dell’anno. Ma se gli Stati dovessero seriamente impegnarsi sia sul versante del rigore di bilancio sia su quello di riforme coordinate a livello Ue intese allo sviluppo (fra cui gli investimenti), allora nel secondo semestre dell’anno potremmo avere un quadro in via di miglioramento”. Salvare l’euro per salvare l’integrazione europea. Un obiettivo indilazionabile, da perseguire urgentemente e con convinzione, oppure una esagerazione degli economisti e di qualche media allarmista?“Nessuna esagerazione. Se salta l’euro l’Europa fa un passo indietro di almeno mezzo secolo. Avremmo una vigorosa ripresa dei nazionalismi, del protezionismo, delle tensioni internazionali. Nessuno avrebbe da guadagnarci. Con la speranza che il passo indietro non sia di settanta anni…”.“Il mercato comune deve evolvere. E deve evolvere nel senso di un’economia sociale di mercato, affinché l’Ue diventi una comunità di solidarietà e di responsabilità”. Sono parole del card. Reinhard Marx, vice presidente della Comece, nel presentare il recente documento dei vescovi europei. È ancora tempo per l’economia sociale di mercato?“In realtà questo modo di intendere l’economia è una delle ragioni che mi hanno fatto appassionare, sin da giovane, all’Unione europea. L’economia sociale di mercato, che è addirittura inscritta nel Trattato di Lisbona, è forse la forma più moderna attraverso la quale possiamo declinare il capitalismo. Vi si conciliano la libera iniziativa economica con le doverose attenzioni sul versante sociale e ambientale. È il modello per una economia sostenibile, che deve ovviamente essere sempre adattato alle situazioni nazionali e al mutare del contesto storico”.I sistemi economici sono sempre più interdipendenti e dunque le sfide in atto – affermano i vescovi – possono essere affrontate efficacemente non su scala nazionale, ma a livello internazionale o addirittura mondiale. Solo un’utopia?“Sono i problemi concreti che sorgono di giorno in giorno e la crescente interdipendenza economica e politica che stiamo sperimentando a domandare risposte globali. Si tratta semmai di individuare nuovi e trasparenti livelli decisionali per una dimensione economica e politica di scala mondiale”.