EDITORIALE
Il sogno federalista di fronte a un’Ue che segna il passo
Il vertice europeo del 9 dicembre ha prodotto due documenti conclusivi. Un primo, piuttosto statico, con la firma dei 27 Stati, e un secondo concordato fra 26 Stati, che apre ad una nuova dinamica per il futuro dell’Europa.Il primo documento conclusivo è diviso in tre capitoli. Come prima cosa i capi di Stato e di governo evocano la politica economica, poi l’energia e, in terzo luogo, gli allargamenti. Niente di sorprendente in tutto ciò…Certo, è molto pedagogico cominciare con le cose più importanti. Si percepisce già la nuova firma dell’Italia condotta da Mario Monti. Per trovare un’uscita alla crisi, bisognerà porre in essere delle misure per completare il mercato unico e rilanciare la crescita economica. In assenza di crescita, che auspichiamo sostenibile e che miri a proteggere l’ambiente naturale, il rimborso del debito degli Stati europei diventa semplicemente impossibile. D’altra parte, questo documento dà l’impressione di un’Unione europea che segna il passo: nessun affondo nel coordinamento delle politiche fiscali, niente d’incoraggiante nel campo dell’energia, mentre la programmazione dell’adesione della Croazia per il 1° luglio 2013, così come la frenata per quanto concerne la Serbia, erano prevedibili. È un’Europa statica e bisogna rattristarsene.Il sentimento opposto prende il sopravvento alla lettura del secondo documento di conclusione. È l’indicatore di una nuova dinamica. Si tratta delle conclusioni di 26 Paesi o, più esattamente, di 17 Stati membri dell’Eurozona più altri 9 che hanno espresso la loro intenzione di associarsi. L’assenza della firma del primo ministro britannico David Cameron in calce al testo segnala subito una dinamica di distacco: quello del Regno Unito. Il suo rifiuto di mitigare le esigenze in materia di opt-out per regolare i mercati finanziari al fine di ammettere una revisione del Trattato che riguardi solamente i membri dell’Eurozona ha provocato la svolta. Il distacco di inglesi, scozzesi, gallesi ed irlandesi del Nord dall’Unione europea oggi non è più soltanto una vaga ipotesi. L’evento è diventato probabile, ed è spiacevole per l’Europa intera.Inoltre, assistiamo ad una dinamica dell’avvicinamento. La crisi del debito spinge gli altri Paesi verso un insieme europeo più “federale”. È stato deciso di anticipare la data dell’entrata in vigore del Meccanismo europeo di Stabilità al luglio 2012 e di modificare le regole di voto per questo strumento, che ha la vocazione di diventare su scala europea ciò che il Fondo monetario internazionale rappresenta su scala mondiale. La regola della decisione all’unanimità verrà sostituita, in caso di emergenza, da una maggioranza qualificata dell’85%. In questo modo, solamente tre Stati – Germania, Italia, Francia – conservano il diritto di veto.Poi, un nuovo Trattato, la cui messa in opera in senso giuridico risulterà spinosa; dovrebbe preservare la sovranità in materia di bilancio di tutti gli Stati per i periodi di bonaccia, particolarmente grazie alla regola del limite dello 0,5% di deficit strutturale. Tuttavia, nei periodi di tempesta, vale a dire quando uno Stato crolla sotto il peso di un deficit eccessivo, la modalità operativa cambia considerevolmente: diventa federale. Nella cornice di un “partenariato economico”, lo Stato in questione verrà sottoposto alla sorveglianza della Commissione e del Consiglio che, da parte loro, dovrebbero essere “sottomessi” al controllo democratico del Parlamento europeo. Certo, è solamente un inizio, e molte questioni restano da chiarire, ma è proprio questa prospettiva federale che oggi ci permette di sperare.Ricordiamo dunque ciò che Jacques Maritain aveva scritto nella primavera 1940 nel suo saggio sull’Europa e l’idea federale: “L’interdipendenza economica tra i popoli è solamente una di queste condizioni o di queste basi materiali, ma che da sola risulta completamente insufficiente; occorrono un passato comune e dei ricordi comuni, anche se si tratta di conflitti e battaglie; occorre un’idea comune dei fini generali della vita politica e delle opere comuni da perseguire, in breve un ideale comune ed un comune spirito di civiltà. (…) Ecco perché, per quanto arduo sia il compito, si può e si deve sperare nell’avvento di un’Europa federale”. Ad oltre settant’anni di distanza, è forse arrivato il giorno in cui le considerazioni di Maritain potrebbero sembrare nuovamente di attualità. Poco più avanti nel suo saggio, l’autore de “L’umanesimo integrale” ci offre un’altra lezione su cui meditare: “L’Europa federale esisterà solamente se lo spirito cristiano la fa esistere”.