Lo chiede don Mario Operti, direttore dell’Ufficio Cei per i problemi e sociali e il lavoro alla vigilia del 1° Maggio, festa dei lavoratori, quest’annodedicata al tema della disoccupazione. “Il lavoro – ribadisce don Operti – costituisce un punto irrinunciabile dei diritti di cittadinanza del soggetto,dell’autostima e dell’identità personale, per cui risulta in tutta la sua gravità sociale e personale il dramma della disoccupazione giovanile e, oggi anchein età tardo-adulta”. Il direttore dell’Ufficio Cei evidenzia tre aspetti negativi dell’attuale situazione occupazionale: “l’eccesso di lavorismo dei maschiadulti – in rapporto al 1980 l’orario contrattuale è sceso di 3 punti percentuali mentre di fatto è salito di cinque – l’incongruenza di status dei diplomaticostretti ad accettare lavori al di sotto del loro livello di formazione, la doppia presenza lavorativa delle donne sposate e il precariato lavorativo tipico dialcune regioni italiane”. In questa realtà “dai risvolti sovente drammatici” le nuove generazioni si vedono costrette a prolungare la loro situazione didiPendenza economica dalle famiglie di origine che realizzano una sorta di ammortizzatore sociale senza peraltro ricevere particolari appoggiistituzionali”. Riflettendo infine sull’organizzazione e sui contenuti del lavoro, don Operti si chiede “fino a che punto la domanda di flessibilità non rischiadi collocarsi strumentalmente all’interno delle scelte del capitale senza tenere conto delle persone e delle loro esigenze”. Citando le parole di GiovanniPaolo II a Siena il direttore dell’Ufficio Cei conclude affermando che “le soluzioni agli attuali problemi del mondo del lavoro sono da ricercarsi nellalogica della solidarietà, dell’imprenditorialità personale e collettiva”.