L’interrogativo è stato posto da un convegno organizzato dalla Pontificia Università Gregoriana, che si èconcluso oggi a Roma. Enrico Berti, docente di Storia della filosofia all’Università di Padova, ha ripercorso la storia della nozione di “bene comune” daAristotele fino alle più recente teorie sul “liberalismo politico” di Rawls. Da questa storia emerge come il “bene comune” dello Stato e della comunitàdei cittadini non è patrimonio solo della “destra” o della “sinistra”, bensì rappresenta quell’insieme di valori condivisi sia dall’una che dall’altra, perchésono valori che fanno parte del patrimonio tanto del liberalismo quanto del socialismo.”In tali valori – ha spiegato Berti – sono compresi i diritti e le libertà civili, i diritti politici, i diritti sociali”. Tra questi, ha fatto notare il relatore, la tradizionecristiana ascrive importanza fondamentale al “diritto alla vita” quale presupposto all’esercizio di tutti gli altri diritti. Il maggiore pericolo per il “benecomune”, secondo Berti, è rappresentato dal “relativismo etico”. A partire da Kelsen, ha ricordato il docente, “il relativismo etico è stato ritenuto unacondizione per la democrazia”. In realtà è un pericolo per essa perché “il relativismo, nella sua indifferenza ai valori, rischia di giustificare persino lepeggiori forme di totalitarismo”.