«Da oltre duedecenni è divenuto evidente che l’impostazione centralista e statalista dello Stato socialepresenta crescenti costi in termini di efficacia, di efficienza (e anche di giustizia) delleprestazioni. Mentre in Italia si costruivano gli ultimi sistemi centralizzati (con l’istituzione delServizio sanitario nazionale, poi oggetto di innumerevoli riforme della riforma) è iniziata (anchein Europa, sia pure in pratica limitatamente all’Inghilterra) una reazione liberale-liberista. Conl’idea che deregolamentare, privatizzare, introdurre elementi di competizione (riservandosemplicemente interventi di emergenza per i ceti più deboli od “espulsi” dal processocompetitivo) permettesse di superare la “crisi fiscale dello Stato”. In vent’anni i termini delproblema non sono sostanzialmente mutati. Tanto le resistenze stataliste, quanto le spinteliberiste finiscono col creare soprattutto incertezza senza indicare percorsi credibili disviluppo. Nel mezzo sta la questione sociale dei “ceti medi”, cresciuti con il welfare, ma cheoggi appaiono disorientati proprio per la crisi del welfare stesso. Con conseguenze politichefacilmente immaginabili, perché costituiscono la gran parte degli elettorati dell’Europacontinentale. Ritorna quindi il problema che non è retorico definire costituente. Occorronotuttavia strumenti, anche culturali, nuovi, ed il coraggio di guardare in faccia la realtà. E’ ormaifinito il tempo di uno statalismo di impostazione sostanzialmente socialdemocratica, sostenutoda una economia crescente e dallo sviluppo demografico, nel quadro della società affluentedella metà del XX secolo. Si tratta invece di dare gambe ai princìpi di personalismo e dipluralismo, attualissimi anche nell’era della globalizzazione». (segue)