Nel nostro paese cresce il senso di precarietà (1)

Pubblichiamo il testo integraledella nota settimanale del Sir: «Siamo tutti molto preoccupati. Anche in banca, mitico apprododell’ascesa sociale italiana, sono all’orizzonte tagli occupazionali. Nel Nord-Est di cui tanto siparla, molte imprese spostano produzioni ad est, e i molteplici redditi, il cui cumulo è alleorigini del piccolo miracolo di molti distretti, tendono a diminuire. Le cifre della disoccupazionestrutturale, in particolare in alcune regioni meridionali, sono da tempo note a tutti. Certo nonmancano i segnali positivi, ma il quadro complessivo resta assai difficile. Una grandemanifestazione per il lavoro a Roma ha dato espressione alle rivendicazioni, ma soprattutto aitimori. Anche perchè la prima percezione è che in questo passaggio storico la conseguenzapiù immediata sia la tendenza all’aumento delle distanze sociali e dei conflitti tra legenerazioni, mentre tende a generalizzarsi un senso di precarietà al quale in Europa ed inItalia non siamo abituati, con conseguenze molto gravi ed imprevedibili. I timori sonoaccresciuti dall’impressione che molti fenomeni si muovano più nella logica di un ciclo chefinisce, piuttosto che di una nuova fase che inizia. Che insomma si affronti un orizzonte nuovocon strumenti tutto sommato tradizionali, o comunque tipici del ventesimo secolo, che glistorici concordemente affermano essersi concluso nel 1989. Siamo in una specie di terra dinessuno dove non esistono ricette sicure. Tuttavia è sempre più necessario formulare progettied impegni lungimiranti. Gli italiani sono anche disposti a duri sacrifici. Ma a sacrifici che sianofinalizzati e comprensibili, basati su principi e valori chiari e condivisi, su obiettivi precisi, neiquali tutti abbiano la loro parte e non solo i soliti noti». (segue)