Nota settimanale

Pubblichiamo il testo integrale della nota settimanale Sir. Cisi aspettava poco dal vertice straordinario dei capi di governo europei a Lussemburgo sultema del lavoro. Ed i risultati, come previsto, sono stati interlocutori. La questione èurgentissima per tutti i Paesi dell’Unione: il peso di 18 milioni di disoccupati è da tuttiriconosciuto come insostenibile. Ma nessuno ha la possibilità di proporre soluzioni rapide ecredibili. Si è convenuto su un impegno per la formazione, l’innovazione e la flessibilità, ma difatto sarà ogni Stato a dovere fare i conti con le proprie emergenze. I soldi sono pochi, lapressione fiscale ha ormai raggiunto livelli di guardia ed ai tradizionali rimedi laburisti noncredono più nemmeno le socialdemocrazie al governo in molti paesi.La questione sarà ancora più urgente dopo il varo, ormai imminente, dell’Euro. Questosignificherà l’impossibilità per i singoli Stati di fare leva su svalutazioni “competitive” dellamoneta, mentre la competizione si accentuerà sui parametri dell’economia reale e sulla qualitàdei servizi e delle infrastrutture.Certo, si può anche arrivare a centrare i principali parametri di Maastricht con artifici contabili,giocando nelle pieghe dei complicatissimi e talora inestricabili dati dei pubblici bilanci. Maproprio il peso, ormai divenuto insopportabile, degli alti tassi di disoccupazione, è lì adavvertire che non ci si può non porre con urgenza la questione della innovazione nei suoitermini strutturali. Per fare questo serve una politica economica adeguata, e serve soprattuttoun forte indirizzo politico e culturale: si tratta di voltare pagina rispetto alle vecchie ricette chehanno caratterizzato il XX secolo.Di fronte alle semplificazioni americane che vedono l’Europa (in particolare quellacontinentale) come una antica fortezza decadente, nell’impossibilità di aderire a modelli diglobalizzazione che mostrano nel Far East tutta la loro precarietà, occor re porsi confranchezza il problema dello sviluppo e nello stesso tempo quello dell’identità europea. Ma lasfida non compete soltanto ai governi, tutti strutturalmente deboli da questo punto di vista, tuttialle prese con bilanci difficili, e con l’impossibilità di tassare ulteriormente i cittadini e leimprese.La questione tocca la società civile nel suo complesso. Ormai è finito il tempo dell’attesa dierogazioni da un centro sempre più limitato nelle sue risorse, ma è anche vero che singolecategorie non possono chiamarsi fuori, magari con riguardo ad un “mercato globale”. In Italiala “questione settentrionale”, non solo nelle forme laceranti e un po’ caricaturali in cui è stataespressa politicamente, ma nella sua dinamica profonda, ha posto la necessità di nuoveparole, di proposte e non della semplice riproposizione retorica di valori del passato. Di fronteall’innovazione travolgente (ed ai suoi costi) non possiamo prendere scorciatoie ed ogni ritardodiventa assai costoso, non solo dal punto di vista contabile, ma anche e soprattutto da quellodella qualità della democrazia.Si spiega allora il grande interesse da parte della Chiesa e dei cattolici sulla questione dellavoro, il magistero incessante del Papa, la preparazione di un grande convegno della Cei.previsto per il prossimo mese di maggio, la prossima Settimana sociale sulla società civile. Ilpunto è riuscire ad affrontare in positivo la sfida dell’innovazione, declinando l’impegno dellasolidarietà non solo sul versante della ridistribuzione, ma prima di tutto in quello dello sviluppoe della crescita. E’ durata poco la stagione di chi riteneva che l’autoregolazione del mercatopotesse semplicemente risolvere il problema. Come pure è illusoria la riproposizione di ricettestataliste. L’Europa sarà capace ancora una volta di una nuova sintesi?