“L’informazione religiosa non si ferma al Vaticano”

E’ quanto afferma ilgiornalista Gian Franco Svidercoschi, in un’intervista che verrà pubblicata nella seconda partedello speciale Sir in occasione della Giornata delle comunicazioni sociali. Secondo RodolfoBrancoli de ‘La Stampa’, intervistato con Erich Kusch e Barbara Palombelli “non c’è dubbioche in generale i grandi organi di informazione italiani seguano oggi l’attività della Chiesa e delmondo cattolico con un rispetto e un’attenzione ben maggiori che in un passato ancherecente”. Questo, secondo Brancoli, “è dovuto all’effetto Wojtyla’”, e al “venir menodell’identificazione della Chiesa con un partito politico”. Brancoli lamenta però l’assenza, “nelmondo dell’informazione di una qualche riflessione sul modo di porsi dei media nei confrontidei temi della fede e dei valori del cristianesimo”, come pure l’assenza di “una riflessione sullaresponsabilità dell’informazione verso la società”.Secondo Svidercoschi, “per molti giornalisti l’informazione religiosa si ferma al Santo Padre. Equesto è uno dei limiti più evidenti della nostra stampa. Dopo il Concilio Vaticano II, si eracominciato a parlare di ‘informatori religiosi’. E’ eloquente invece che adesso si parli di’vaticanisti'”. Svidercoschi lamenta la “generale superficialità e pigrizia dei giornalisti, per nonparlare dell’atteggiamento dei redattori capo che pretendono notizie sempre più clamorose. Cisi sofferma sulle vicende del Papa o dei cardinali più in vista, ma l’informazione religiosa non èriducibile solo a questo: così facendo, si dimentica tutto un vissuto di fede, la quotidianitàdell’impegno che anima le diocesi, le parrocchie, i movimenti, il volontariato”.