Ricorre il 3 maggio l’8ª “Giornata internazionale della libertà di stampa”. Secondo i dati dell’organizzazione internazionale per libertà di stampa, “Reporters sans frontières”, i giornalisti uccisi nell’esercizio del loro lavoro, durante il 1997, sono stati 26 (altri tre sono stati uccisi dal principio del 1998 ad oggi). I giornalisti detenuti, al primo aprile 1998, secondo “Reporters sans frontières” sono 99. Noël Copin, già presidente dell’organizzazione, in una dichiarazione rilasciata al Sir, denuncia soprattutto “l’ipocrisia della legislazione di alcuni Paesi che, formalmente, è posta a difesa della libertà di stampa mentre, in realtà, viene utilizzata per reprimere la libertà di espressione e di informazione”. Copin cita il caso di diversi paesi dell’Africa e dell’America latina ma anche dell’Europa orientale. “Ci preoccupa anche l’impunità garantita a coloro che aggrediscono i giornalisti. – spiega al Sir l’attuale presidente di ‘Reporters sans frontières’, Robert Ménard – Su 630 giornalisti uccisi nel corso degli ultimi undici anni, è stato identificato solo il 10 per cento degli assassini o dei mandanti. E intanto cresce il numero dei soggetti e delle organizzazioni criminali che mettono a rischio la vita e l’incolumità dei giornalisti che compiono il proprio dovere: è il caso dei narcotrafficanti in America latina, della mafia in Russia, degli integralisti religiosi in Algeria”. L’attenzione di “Reporters sans frontières” è particolarmente rivolta alla situazione in Cina e in Algeria: “La Cina – afferma Ménard – è la più grande prigione del mondo contro la libertà di opinione, mentre in Algeria il terrorismo ha preso di mira i giornalisti senza che il governo o la comunità internazionale facciano nulla”.