Il predicatore è “colui che sa coniugare la Parola di Dio con la realtà della vita e si prepara all’omelia cominciando dal mattino del lunedì. Solo se ci si mette a meditare sulle Scritture della domenica già dall’inizio della settimana, si può realizzare questa sintesi”. E’ questo il segreto del buon predicatore. A svelarlo è Manlio Sodi, ordinario di omiletica alla Università Pontificia Salesiana, che ha diretto e coordinato il “Dizionario di Omiletica”. L’opera, che verrà presentata domani a Roma, è frutto della collaborazione di 250 esperti di Bibbia, teologia e comunicazione, provenienti da 20 paesi del mondo. Nel dizionario c’è anche una voce dedicata all’umorismo. “Perché – chiede l’autore – le nostre omelie devono essere all’insegna della musoneria? Si possono dire cose estremamente serie, e la Parola di Dio è estremamente seria, e dirle con uno di quei ritrovati della retorica che è l’umorismo. Il sorriso spesso permette di acquisire ancora di più il messaggio”. Uno dei difetti “macroscopici” in cui spesso cade il predicatore è, a parere di Sodi, “la diglossia, l’uso cioè di un linguaggio diverso da quello degli uditori. Alcuni lo chiamano ecclesialese. Significa parlare senza farsi intendere. Nell’omelia non si può fare un’esegesi biblica né la sintesi di un trattato di teologia. L’omelia è luogo di attualizzazione e traduzione della Parola”. Altro difetto è la lunghezza dell’omelia, che non deve superare gli 8 o i 10 minuti al massimo “in modo che ci siano tre minuti di introduzione, 4 di approfondimento e 3 di conclusione”. Sodi ritiene che nel tempo della comunicazione, “i predicatori non possono presentarsi al pubblico senza preparazione”. “Bisognerebbe sempre chiedersi – ironizza l’esperto – quante volte cambierebbero i fedeli che seguono la Messa, se avessero il telecomando in mano, così come si fa davanti al televisore”.