“La protezione della libertà religiosa deve rimanere il primo dovere di uno Stato”. E’ quanto dichiara mons. Renato Martino, osservatore permanente della Santa Sede alle Nazioni Unite, intervistato dall’agenzia Fides in vista della celebrazione dei 50 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, in programma domani. Secondo mons. Martino, “per passare dalle affermazioni teoriche alla pratica della libertà religiosa – e di ogni diritto umano – occorre che tutti noi esprimiamo solidarietà con coloro che sono perseguitati a causa della fede o del proprio coraggio politico. Ed è anche necessario che Stati e gruppi religiosi si incontrino nel mutuo rispetto e nella cooperazione”. Nonostante la “caduta delle ideologie e dei totalitarismi”, che hanno “facilitato la libertà di religione”, per Martino ci sono ancora nel mondo “pesanti violazioni” della libertà religiosa, sia dirette – come il divieto di “manifestazioni pubbliche della fede” – sia indirette, come il “rifiuto dell’impiego o della promozione, della previdenza, della scola o della casa a coloro che praticano la fede, o che non ne praticano alcuna”. A questo proposito, sottolinea l’esponente della Santa Sede, ci sono Paesi “dove l’intolleranza religiosa è praticata dalle religioni stessa, che negano ai loro membri di cambiare fede. Se uno osa cambiare, riceve un trattamento brutale: allontanamento dai figli, confisca delle proprietà, prigione, tortura e, in alcuni casi, la pena di morte”. Alle “chiese ufficiali”, soggette “al dominio governativo”, che bolla “come fuorilegge ogni attività religiosa non controllata dagli organismi statali”, si contrappongono “masse di fedeli costretti a vivere una religione ‘sotterranea’”.