LA VITA COMUNE DEI PRETI NON È CONVENIENZA PRATICA

Questa l’opinione di Andrea Caelli, che, sull’ultimo numero della “Rivista del clero italiano”, ripercorre la “storia” delle raccomandazioni rivolte dal magistero ai sacerdoti affinché facciano “vita comune”. Dal Concilio in poi, spiega infatti Caelli, si susseguono le indicazioni della Chiesa sulla vita comune dei sacerdoti, intesa come aiuto reciproco a “fomentare la vita spirituale e intellettuale”, “superare i pericoli della solitudine”, offrire “ai fedeli esempio di carità e di unità”. Non c’è, tuttavia, un unico modello di vita comune: il Concilio propone varie alternative, tra cui la coabitazione, la mensa comune o anche semplicemente i raduni frequenti e periodici dei sacerdoti tra loro. “La Chiesa – commenta Caelli – non impone questa forma di vita”, ma la considera comunque “un dono, una grazia, un carisma”, visti i frutti positivi che la vita comune – intesa come “vita virtuosa, esemplare e dunque incisiva nell’azione apostolica” – può portare al singolo prete e, di riflesso, alla Chiesa. Nonostante i vantaggi che la vita comune possiede, precisa però l’autore dell’articolo, bisogna evitare l’errore di interpretarla con categorie di “convenienza pratica”. “Certamente – fa notare Caelli – una vera di comunione nella stessa casa moltiplica l possibilità di maggiore efficienza nell’elaborazione ed attuazione dei programmi pastorali e viene incontro alla soluzione di difficili problemi economici”, ma occorre tener presente che “la vita comune non è la soluzione di tutti i problemi della vita del prete.