“Il corpo della donna è oggi fatto oggetti di un commercio spietato, che non risparmia i più deboli e indifesi: i bambini”. Lo ha detto mons. Kean Maria Mpendawatu, del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, intervenendo alla conferenza internazionale “Women’s health issues” (Donna e salute: istanze e significati), in svolgimento in questi giorni a Roma per iniziativa dell’Istituto di bioetica dell’ Università Cattolica. Le ragioni di questa “infamia morale”, ha continuato il relatore presentando una ricerca del Pontificio consiglio per gli operatori sanitari sulla salute della donna, è la “sfrenata permissività morale legata ad una ferrea logica del profitto, in nome di una libertà individuale esasperata che non si ferma neanche davanti alla violazione dei diritti altrui”. Per questo “occorre l’impegno congiunto dei governi e della Chiesa, non solo nel garantire alle vittime di questi abusi servizi di accoglienza e cure mediche amorevoli, ma anche nel combattere la cultura della morte e della violenza con strumenti, oltre che giuridici, educativo-formativi delle coscienze”. Mons. Mpendawatu ha poi affrontato il tema della salute riproduttiva, soffermandosi sulle differenze tra Nord e Sud del mondo: “nei Paesi poveri, la Chiesa è impegnata a rendere più matura e consapevole la scelta del concepimento”, mentre nei Paesi ricchi la sfida è quella di aiutare “a recuperare il senso del rispetto della vita umana e soprattutto dell’embrione”.