“IL CASO DI RAVENNA È UN PRETESTO PER TORNARE ALLE ‘CASE CHIUSE’?”

E’ quanto si chiede Carlo Caviglione, in una nota sul prossimo numero del Sir, in cui, a proposito della prostituta di Ravenna indagata per “epidemia colposa”, denuncia l’ipocrisia di quanti intendono “lavarsi le mai del caso doloroso sentenziando che sarebbe meglio tornare alle ‘case chiuse’, dove le professioniste del sesso sarebbero controllate”, allo scopo di “tutelare la salute degli anonimi fruitori”. Tutto ciò, per Caviglione, è “inaccettabile”, perché basato sulla convinzione “che il vizio debba comunque avere diritto di cittadinanza, anzi di tutela e di sicurezza in modo da essere tranquillamente praticato”. Nel caso di Giuseppina, inoltre, “non si tiene conto di quanto la donna, anche se liberamente prostituta (cosa che accade raramente), venga sempre considerata come una merce da comprare e da vendere, diventando oggetto di piacere e di profondo disprezzo”. In quest’ottica, per Caviglione, va interpretato anche il comportamento dei media: “La sua foto, il suo nome e cognome sono apparsi di colpo in tv e sui giornali, in barba a tutte le leggi che tutelano la vita privata. Tutti o quasi si sono sentiti autorizzati a sputare sentenze. Solo lei accusata, solo lei sul banco degli imputati, come se gli altri, i suoi clienti abituali, non fossero persone adulte, libere e quindi consapevoli di correre un rischio gravissimo e non solo con lei”.