E’ l’esperienza del gesuita padreAntonio Luli, che durante la dittatura comunista in Albania ha vissuto in carcere, nel martirio eai lavori forzati, dal 1947 al 1989. “Praticamente – commenta oggi il religioso – ho conosciutoche cosa è la libertà a 80 anni, quando nel 1989 ho potuto dire la prima messa in mezzo allagente”. Il gesuita ha dato la sua testimonianza nel corso di un sit-in per la pace organizzata neigiorni scorsi dalla diocesi di Andria e che ha visto oltre alla numerosa partecipazione digiovani, anche la presenza di autorità civili e religiose. “Umanamente parlando – ha raccontatopadre Luli – sono stato depredato del diritto di vivere. Mi hanno oppresso con ogni genere ditorture”. Il ricordo è andato immediatamente al primo Natale vissuto in carcere. “Mi fecerospogliare – ha detto il religioso – e mi appesero con una corda alla trave in modo che potevotoccare terra solo con la punta dei piedi. Faceva freddo. Sentivo il gelo che saliva lungo il miocorpo: era come una morte lenta”. Padre Luli ha vissuto la sua prigionia subendo violenze etorture. “La mia vita – ha detto – è passata così. Ma non ho mai avuto nel cuore sentimenti diodio. Incontrando un giorno, dopo l’amnistia, uno dei miei torturatori, sentii l’impulso disalutarlo e lo baciai. La formazione della compagnia di Gesù mi aveva abituato all’idea che lafedeltà a Gesù è ciò che più vale nella vita del gesuita e che essa talvolta deve essere pagataa cara prezzo. Anche a prezzo della vita”.