“La paura che aumenti la microcriminalità rappresenta l’incapacità della società civile nel fare prevenzione “. Ad affermarlo è don Elvio Damoli, direttore della Caritas italiana, intervenendo a proposito delle polemiche sollevate in questi giorni riguardo alla “legge Simeone” che sospende l’esecuzione della condanna alla detenzione fino a tre anni. “Finalmente c’è una legge che, pur essendo impopolare, è in favore dei detenuti e della società – afferma don Damoli – Il carcere non può essere lo strumento risolutivo di tutte le situazioni di disagio sociale”. “Può sembrare che gli operatori non si preoccupino dei cittadini – aggiunge don Virginio Colmegna, direttore della Caritas di Milano -, invece ne siamo preoccupati a tal punto da lanciare un avvertimento: prendiamoci cura di queste persone in maniera seria, altrimenti se li abbandoniamo al carcere, sentendoci in pace, momentaneamente stiamo tranquilli ma poi tra un po’ li abbiamo fuori. In nome di questa sicurezza sociale dobbiamo moltiplicare le risposte e le occasioni di lavoro”. Secondo don Colmegna, “questa è una legge di civiltà. Ha diversi limiti ma non è una legge ‘buonista’ – sottolinea -. Buonista è l’arrendevolezza della società, che non crea i meccanismi atti a tutelare i diritti fondamentali”. Il rischio di non riuscire a controllare più le persone a causa di una mancata sorveglianza da parte della magistratura, esiste, precisa don Colmegna, quindi bisogna intervenire “aumentando gli organici e le qualificazioni. Non vorrei vedere infatti un Paese con una legge avanzata che però non è in grado di gestire. Occorrono inoltre risorse adeguate e una presa in carico di queste persone da parte della società civile”. Ad avviso di don Colmegna “la prevenzione della criminalità va fatta con tutti gli strumenti a disposizione: dalla repressione alla socialità, all’educazione”.