IL MAGISTERO DELLA CHIESA IN MATERIA DI PROCREAZIONE ASSISTITA

Don Antonio Lattuada, docente di teologia morale alla facoltà teologica di Milano, interviene per dissipare qualsiasi dubbio sulle posizioni della Chiesa in materia di procreazione medicalmente assistita. “La più recente ed autorevole presa di posizione al riguardo – afferma Lattuada – è costituita dall’intervento della Congregazione per la dottrina della fede con la ‘Istruzione sul rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione (Donum vitae)’ del 22 febbraio 1987, in parte ripresa dalla successiva enciclica ‘Evangelium vitae’ del 23 marzo 1995”. Secondo questo magistero, spiega il teologo, in un intervento pubblicato sull’ultimo numero de “La rivista del clero italiano”, “l’essere umano va rispettato e trattato come persona fin dal suo concepimento. Da tale fondamentale premessa sono logicamente dedotte conclusioni normative circa il trattamento degli embrioni, in particolare in connessione con le tecniche di riproduzione umana. Di queste ultime, l’elemento considerato moralmente contestabile è appunto che sono ‘volte ad ottenere un concepimento umano in maniera diversa dall’unione sessuale dell’uomo e della donna’. Ciò comporta un giudizio morale negativo già a proposito del cosiddetto ‘caso semplice’, ossia l’inseminazione o la fecondazione di una donna sposata, senza ricorso a donatori di gameti e senza trattamenti incompatibili con la dignità dell’embrione”.In realtà, commenta il teologo, “non solo di fronte alla morte, ma anche di fronte all’esperienza della generazione la civiltà moderna si sente a disagio”. Infatti, “il non poter scegliere i propri genitori, e nemmeno i propri figli, in ogni caso il rapporto di radicale dipendenza che lega il figlio ai genitori, smentiscono lo spiccato individualismo che caratterizza l’uomo della civiltà dei consumi e del mercato e la gelosa autonomia che egli rivendica a se stesso”. Mentre, nota Lattuada, “la medicalizzazione della generaz ione offre nuove risorse per rimuovere il disagio, rendendo ancora più rigoroso il carattere ‘privato’ di questa esperienza. Ciò a danno non solo della coscienza individuale e della vita familiare che con maggiore fatica riesce a elaborare il senso della generazione di un figlio, ma anche della stessa coscienza civile che risulta depauperata dei fondamentali valori che solo l’esperienza della generazione è in grado di produrre e alimentare”.