Amano stare insieme e far festa, rivolgono più domande religiose degli adulti, esprimono una nuova esigenza di spiritualità, hanno “capacità impensate di riscrivere il cristianesimo in modi più originali e radicali di quanto possa fare un ottimo educatore”, sono “una sfida aperta alla fede perché venga ad abitare nelle strade del mondo”. Così mons. Domenico Sigalini, direttore del Servizio Cei per la pastorale giovanile, ha descritto i giovani del 2000 intervenendo questa mattina al convegno nazionale promosso dal Movimento giovanile missionario delle Pontificie Opere Missionarie. I lavori si tengono a Rocca di Papa da oggi al 30 luglio e sono dedicati al tema “La responsabilità dei giovani nel divenire della missione”. Partecipano circa 110 giovani provenienti da 30 diocesi d’Italia. “Porre l’attenzione alla giovinezza – ha detto Sigalini – significa trovare nella fede dei giovani stimoli ed indicazioni nuove di missionarietà che possono aiutare tutti”. A parere del sacerdote, i giovani sono infatti “portatori delle domande dell’uomo e offrono alla Parola la ‘carne’ in cui oggi prende forma la salvezza. Inventano nuovi areopaghi e nuove strade di crescita, caricano l’esperienza di fede di novità di vita, liberano da tutte le incrostazioni culturali”. Di fronte al giovane, ha detto don Sigalini, la Chiesa è chiamata a fare “proposte nette, precise e affascinanti”. Invece “spesso ci si attarda a ridurre il cristianesimo a raccomandazioni di comportamento corretto che sa più di galateo che di scelte di vita”. Quest’anno il Movimento missionario giovanile, al quale fanno riferimento circa 4 mila giovani italiani, compie 25 anni di vita. “I frutti più belli – ha detto Michele Pignatale, segretario nazionale – sono i circa 200 giovani che in questi anni hanno deciso di consacrare la loro vita a Dio nel sacerdozio, nella vita religiosa, missionaria e claustrale”.