“E’ legittimo parlare di controllo rigido delle frontiere, di rispetto delle convenzioni internazionali, di lotta alla clandestinità che troppo spesso è mescolata ai loschi interessi dei trafficanti di carne umana e della criminalità organizzata”. Questo è il parere di padre Bruno Mioli, della Fondazione Migrantes della Cei, sui nuovi e continui sbarchi di clandestini sulle coste italiane. Ma, avverte padre Mioli, “guai se queste considerazioni legittime diventano esclusive e sono le uniche a dettare sentimenti e giudizi per lo più di condanna”. Il quadro generale da tener presente, secondo padre Mioli, è ben più complesso. “Siamo di fronte a un esodo forzato, di fuga quasi al grido del ‘si salvi chi può’, a gente fuggitiva determinata a lasciarsi dietro le spalle persecuzione, tortura, negazioni di libertà e discriminazioni umilianti, fame, miserie di ogni tipo, ma non le loro famiglie che in tanti casi si trascinano dietro”. “L’Italia, continua padre Mioli, se anche in questi giorni non si mostra sulle spiagge o nelle acque territoriali il ‘cerbero’ terrificante che alcuni fra gli stranieri e i nostrani reclamano, non deve intimidirsi” anzi è opportuno che “dica la sua parola davanti ai nostri cittadini e ai partners europei”. Tre i richiami da fare, secondo padre Mioli: “Amici di Schenghen dateci una mano a ripulire il Mediterraneo dai nuovi pirati più spregiudicati di quelli di un tempo; paesi ad alto sviluppo date una mano e non i soliti bla-bla a quelli al di là del mare così da rendere più vivibili i loro paesi disastrati e rallentare la pressione migratoria verso le nostre spiagge; paesi dell’Unione europea smettela di parlare di chiusura ermetica delle frontiere come unica politica migratoria. Se non lasciate aperta almeno una fessura sulle vostre frontiere non meravigliatevi se i disperati della vita raddoppieranno lo sforzo per scavalcarle”.