BOSNIA ERZEGOVINA: PADRE PULJIC, “LA GENTE ANCORA SOFFRE”

C’è un punto degli accordi di Dayton per la Bosnia ed Erzegovina che non è ancora stato attuato: il rientro dei profughi nelle loro case. Un problema grave per in una città come Mostar dove “sono circa cinquantamila gli sfollati che non sono ancora tornati nella Bosnia centrale, perché hanno paura”. Padre Kresimir Puljic della Caritas di Mostar, a Roma per partecipare ad un meeting della Caritas Internationalis, organizzato proprio per fare il punto sulle regioni della ex-Jugoslavia, denuncia, in un’intervista al Sir, la “questione profughi”: “Dei cinquatamila che vivono nella mia diocesi – afferma padre Puljic – , seimila dipendono totalmente dalla Caritas. Molti vivono ancora nei campi profughi, al di sotto di ogni minimo esistenziale. Hanno fame. La gente soffre”. I più giovani, soprattutto quelli che hanno studiato, “emigrano verso il Canada, l’Australia, gli Usa. Qui restano i più deboli, i disoccupati, gli anziani e si creano mille casi sociali”. Severo il giudizio del rappresentate della Caritas di Mostar sugli accordi di Dayton. Hanno messo la Chiesa cattolica in grande difficoltà. Prima della guerra, nella Bosnia Erzegovina c’erano 850 mila cattolici, ora siamo 350 mila, tutti gli altri sono stati cacciati via. Siamo una piccola minoranza. E’ peggio dei tempi del regime comunista, ora siamo occupati, non possiamo esprimere la nostra verità”. La Caritas però, aggiunge padre Puljic, ha un importante ruolo da svolgere: “E’ una testimonianza di solidarietà a favore di tutti, non solo dei cattolici. Soccorrendo la gente sulle strade non chiede mai ‘chi sei?’ ma solo ‘di cosa hai bisogno?'”. Con questa apertura, spiega padre Puljic, “per tutti i credenti possiamo essere un segno di speranza”.