In un editoriale sull’ultimo numero di “Letture”, il mensile di informazione culturale della San Paolo, Carlo Bo, critico letterario e rettore dell’Università di Urbino, indica l’opera filosofica e poetica di Giacomo Leopardi (di cui ricorre a giugno il bicentenario dalla nascita) come specchio in cui si riflette la coscienza dell’uomo moderno. “Potremmo mettere al posto del Leopardi il Manzoni e sarebbe una scelta legittima, anche se promossa da una aspirazione religiosa – afferma Bo -. Tuttavia le nostre abitudini, il nostro quotidiano e solitario esame di coscienza ci porta a dire che la nostra condizione è leopardiana”. Bo confida che “nella parte più segreta del nostro cuore sentiamo e siamo convinti che soltanto il Leopardi ci porta o ci può portare a vedere la verità in faccia e quindi a dare un senso alle nostre passioni, e più in generale, ad approfondire l’idea stessa della vita e l’assoluta infelicità della nostra presenza sulla terra”.Una constatazione, questa, che non si limita all’ambito italiano, ma che é “patrimonio universale, più semplicemente umano”. “Soltanto rileggendo, tornando alla miniera Leopardi – sostiene Bo -, l’uomo moderno potrà trovare in sé stesso una ragione di più per non fare della vita una giostra di dissipazioni e di vanificazioni. L’ideale città leopardiana sembra fatta apposta per raccogliere e ospitare le infinite masse umane che vagano fra la violenza e l’ignoranza, fra il disordine e la disperazione”. Nel “susseguirsi della civiltà”, conclude, tutto ciò che “sembra destinato ad una pronuncia di condanna” tramite il suo pensiero si trasforma invece “in un faro di piccole verità insuperabili”.